Outing di stagione

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Ok va bene, faccio outing o outlet che tanto è stagione di saldi, ammenda, confessione, torno sui miei passi e quant’altro.

Amo l’inverno ,la neve, il cielo color del latte, le giornate corte, le coperte calde, i camini accesi, i paesi del Nord, la luce spezzata e polverosa dei pub e dei ristori di fortuna quando fuori piove di lato, quella pioggia fatta di farfalle trasparenti che riflettono i colori mentre cadono.

Amo gli stivali e le sciarpe e i cappelli col pon pon… amerò sempre tutto questo, sono nata in un giorno di fine Gennaio con i fiocchi bianchi nell’aria in un paese che non è abituato alla neve.

Eppure si lo ammetto, lo voglio ammettere, come una che dice di non amare i carboidrati e poi la beccano con la testa infilata nella pizza fino all’attaccatura delle extension.

L’inverno quando hai un bambino piccolo e non vivi in un paese nordico superattrezzato, non è questa gran figata..

Squillo di trombe per tutti i miei amici e followers che aspettavano questa mia dichiarazione ufficiale. Insomma, il figliolo mi si ammala spesso, prepararlo per uscire richiede un tempo di vestizione stile nobildonne del medioevo con due schiave al seguito e a partire dal corpetto, una menata infinita. Quando la fatica è terminata inizia quella di infilarlo nel passeggino o nel seggiolino della macchina e dover allargare e allungare tutte le cinture contenitive perché il figliolo è lievitato di 10 cm di lana su tutta la circonferenza.

Se capita di dovergli cambiare il pannolino a giro, cosa già di per se poco piacevole, sai già che dovrai prima disfare la mummia di Tutankhamon o arrivare fino all’ultimo involucro della Matrioska, insomma paura e delirio.

E poi ci sono i pomeriggi uggiosi in cui non sai dove andare a sbattere la testa quando hai finito i muri di casa tua, non sono molti gli spazi al coperto attrezzati, le ludoteche comunali sono gremite di altri bambini e di microbi, gratis come l’ingresso.

I centri commerciali sono il sesto girone dell’inferno con un duenne in piena fase creativa, le giornate sono corte in quanto a luce ma non finiscono mai se si tratta della sua energia interna, se potessi raccoglierla con un pannello apposito come si fa con quella solare potrei risparmiare sulle bolletta di casa.

I raffreddori sono perenni, i parchi infangati e la fantasia spesso scarseggia.

Insomma si, almeno per adesso, in attesa che abbia l’età giusta per venire in giro con me a bere tè in attesa che apra il museo della scienza o a mangiare la pizza prima dell’ultimo cartone della Disney al cinema, l’inverno resta una stagione genitorialmente difficile.

 

 

Demandare e non rimandare..

 

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Si lo so, è un po’ che non scrivo.

Ma sono giustificata, volete vedere il certificato medico?? Dice che soffro nell’ordine di queste gravi patologie e in modo grave:

  1. Ansia da Perfezione
  2. Sindrome delle 4 mura
  3. Incapacità di demandare

Ecco come avete capito, sono molto malata. Sono una mamma e a volte dimentico di non essere “solo una mamma“, sono sempre stata fissata con la perfezione, pignola in maniera fastidiosa, soprattutto con me stessa. Così non posso scrivere un post sul mio blog se non ho l’idea perfetta, la foto perfetta, la chiosa perfetta, la lunghezza del post perfetta, almeno secondo il mio punto di vista, il che ovviamente rende tutto assolutamente relativo. Ma la perfezione non è di questo mondo, lo è talvolta forse, in un viso bellissimo, in un tramonto struggente, in un sapore dolce, in un suono commovente, attimi di perfezione fuggevole e per lo più casuali, non cercati, non risultanti dalla fatica eccessiva di alcuno. Soprattutto la perfezione non può essere delle mamme, se ne vedete alcune che vi sembrano perfette o lo sembrano soltanto o qualcosa davvero non va. Ma io questo per ora ve lo scrivo soltanto, lo scrivo a voi che magari non avete neanche voglia di ascoltarlo e sono ancora lontanissima dall’averlo capito.

Poi c’è la mia voglia di stare fuori, la mia claustrofobia latente che mi spinge a godere di ogni attimo all’esterno delle mie amate/odiate 4 mura. Esco con figliolo al seguito praticamente con qualsiasi condizione meteo, eccetto Tzunami e trombe d’aria perché ancora non ne abbiamo avuto l’occasione. Entrambi amiamo girovagare, respirare, guardare, aggeggiare con la natura, sentirci liberi e cittadini del mondo e ovviamente questo mi porta a passare molte ore lontano dal PC e dalla possibilità di mettere nero su bianco tutto quello che ho provato, scoperto, pensato.

E infine, la terza patologia è quella maggiormente responsabile della mia lentezza nel postare o nello scrivere libri o nel dedicare tempo a tutto quello che riguarda la mia vita da “scrittrice“, la mia vita sociale e quello che a piccoli faticosi passi sta diventando un lavoro.

Voglio fare sempre tutto io. Mi lamento ma voglio farlo lo stesso, mi sfinisco, mi consumo, mi arrovello ma non riesco a “demandare“, non riesco ad avere fiducia, non riesco ad accettare che qualcun altro si occupi ogni tanto della mia casa, di mio figlio e magari si.. anche di me.

Così rimando, rimando tutto quello che riguarda i miei spazi, il mio lavoro di scrittrice e anche la mia salute, penso sempre che per questo o quello ci sarà tempo e invece il tempo passa, corre, fischia come un treno ad alta velocità e io resto alla stazione, a mettere in ordine, a fare liste, ad occuparmi di tuto e tutti, a rifutare le mani tese per aiutarmi.

Stamattina sono stata in ospedale, niente di grave state sereni, solo una visitina per una piccola operazione anche questa decisa dopo tanti ripensamenti e dopo tanti “ma si poi lo faccio adesso non posso”. Ho dovuto affidarmi a qualcuno per occuparsi del mio bambino per quelle poche ore e sono stata in ansia tutto il tempo, immotivatamente. Tutto il tempo a pensare a cosa stesse facendo, se avesse bisogno di me, a quando avrei sistemato le cose che avevo lasciato da fare, ad annotare mentalmente quelle da gestire per il giorno dell’operazione. Sono riuscita ad angustiarmi tanto da farmi salire la pressione, una cosa veramente stupida e il peggio è che ne sono consapevole.

E mentre ero li presa dai miei lambiccamenti, senza volerlo mi sono trovata ad osservare una coppia seduta a qualche metro da me, una mamma anziana e suo figlio.

Lei non era solo anziana, non era solo la sua età evidente a darle quell’aria dimessa, era di quelle persone con cui la vita non è stata buona, quelle a cui la vita ha messo due piedi in testa e si è divertita a saltarci sopra, quelle che hanno avuto pochi raggi di sole e troppi giorni di pioggia e quella pioggia alla fine gli è rimasta dentro.

Il figlio avrà avuto la mia età, anche se era difficile esserne certi, aveva qualcosa di sbagliato, di lento. Era vestito per bene, si capiva che nonostante le spalle curve e gli occhi appannati, quelle mani stanche lo avevano sistemato con cura, scegliendo per lui le cose migliori, i colori pastello, i capelli pettinati di lato.

Eppure lui era  assente, come un manichino. Lei gli parlava e lui provava a dire qualcosa, biascicando pian piano, perdendo le parole. Non so quale fosse il suo male, ma so che era qualcosa da cui non si guarisce, qualcosa che non si opera, qualcosa che resta mentre lei invece, non sarebbe restata, non per molto ancora.

L’ho vista schiacciare a fatica i tasti di un telefonino troppo piccolo, con le dita nodose e telefonare a qualcuno, qualcuno a cui chiedeva quando sarebbe costato occuparsi di suo figlio per qualche giorno, perché le non aveva nessuno e doveva operarsi alle gambe.

L’ho sentita spiegare al suo bambino di pezza che sarebbe stata via e che lui doveva fare il bravo e stare a casa, che sarebbe venuti a fargli compagnia.

Mi si è rotto il cuore, mi sono sentita una maledetta idiota. Mi sono sentita ingrata verso tutti quelli mi hanno offerto il loro aiuto e quelli da cui non ho saputo accettarlo.

Mi sono sentita triste e fortunata insieme, ho capito che demandare a volte non è una scelta ma può essere una scelta a volte.

 

 

 

 

 

E poi all’improvviso, ho perso la mia rabbia.

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Ad un certo un punto della storia Alice dice: Ho perso la mia moltezza, vero?

Io invece ho perso la mia rabbia. Non so bene quando sia successo, è stato all’improvviso un po’ come succede coi neonati quando da un momento all’altro ci vedono e so che chi ha bambini mi capirà.

Per un po’ di tempo il mondo gli appare come le foto con l’effetto t-shift di Instagram, sfocato. Poi un bel giorno passano alla versione #nofilter e arriva l’attimo in cui “vedono“, ti volti e lui/lei/loro ti stanno “guardando” con quell’espressione che dice: “Ah sei tu, eccoti qui” e da quel momento sai che qualsiasi cazzata farai, loro sapranno che sarai stato proprio tu a farla. Ed è così che accade, non ci sono avvisi o campanelli d’allarme, semplicemente accade. Stessa cosa per la mia capacità di arrabbiarmi, fino a pochi giorni fa ero capace di imbufalirmi ( e immaginate il bufalo quando sta caricare e fuma dal naso) per le cose più idiote o comuni nella vita di ogni giorno, capace di rimuginare per ore su qualcosa che era andato storto, di portarmi la rabbia in tasca come un sasso anche quando non  ricordavo più dove lo avessi raccolto quel sasso.

La vita spesso fa incazzare e io mi incazzavo, facilmente, semplicemente, stupidamente.

Poi, qualche sera fa è successa una cosa, una di quelle che a confronto il generale Massimo ne “Il Gladiatore” che urla ai suoi ” Scatenate l’Inferno” , mi faceva una pippa.

La tavola pronta apparecchiata per la cena, il figliolo lavato, imbavagliato e pronto nel suo seggiolone, il suo piattino amorevolmente composto con le verdurine al vapore, la carne grigliata e i ceci, tutto suddiviso nel piatto come un quadro dell’Arcimboldo , mi giro per prendere la sua forchettina, sento un colpo secco, il piattino da galleria d’arte vola in terra, sul pavimento lavato che profuma ancora di limone, cibo sparso ovunque, il gatto che scappa verso la porta finestra già consapevole che non gli basteranno le sue sette vite.

Ecco per una cosa del genere sarei esplosa come una bomba atomica, avrei ribaltato il palazzo dalle fondamenta e sicuramente appeso il gatto all’albero di Natale dopo averlo legato con le lucine a forma di pigna.

E invece, nulla.

La rabbia non è arrivata, sparita, perduta, svanita. Ho sistemato tutto, sgridato l’essere peloso senza troppa convinzione, rifatto il piatto al pargolo e abbiamo cenato.

Non ho cercato di contenermi, sarebbe stato inutile e avrei rischiato l’implosione o l’autocombustione, non ho fatto nessuno sforzo, ho solo evitato l’evitabile ed è stata una sorpresa.

Da qualche tempo Ruben ha preso a interessarsi ad una foto che ha fatto Leo durante il nostro viaggio in Ladakh, una foto del Buddha, bellissima, sembra un quadro.

Io gli ho spiegato chi è, lui mi dice “Mamma sorride” ed è vero. Allora io gli dico che è tranquillo, lui mette le manine una accanto all’altra e canta OMMM!

Mi fa morire dal ridere e quando fa le bizze spesso gli dico fare come Buddha, di essere tranquillo e lui spesso si calma.

Non lo so se è colpa di Buddha, del fatto che arrabbiarsi fa male e non risolve le cose o se a forza di dirlo a mio figlio ho imparato anche io qualcosa, ad ogni modo per adesso, mi godo questo stato di grazia.

Ho perso la mia rabbia e trovato la mia moltezza.

 

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The Poket of memories

(This is the first time I write an article on my blog in English, I apologize for the mistakes or misunderstandings, it’s so hard writing something personal in another language so all suggestions and feedbacks are very welcome!)

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I always hated how my mother managed her portfolio, banknotes with coins, points card of the supermarket sales receipts all together in disorder.

When I took out one of her jackets, the same thing happened, in his pockets I could find so many things, a hair band, a half-eaten candy, car keys…

I’ve always been a too tidy person, sometimes in the past I shared the underwear and clothes by color, I was little bit crazy maybe.

I do not live without my diary where I write all I have to do, is like a drug for me, it’s like the Linus blanket and I use the Moleskine only.

Today I went out hurriedly, without arranging the bed or the house, I had to choose between doing this or comb my hair, I wore one of two jackets I always use, have become like a second bag for me.

Really I do not use more my bag, I bought a backpack more comfortable when I have to run after my son, without forgetting something important somewhere in the park when I get up suddenly.

Just left my house I put a hand into the pocket of my green jacket and I found inside two coins for the funfair, a biscuit wrapped in a handkerchief, a used bus ticket and a small toy for my son…

I stopped to think in the middle of the street, I felt a warm wind on me full of memories, I felt stupid and confused.

Suddenly I realized how wrong I was because in my mother wallet and pokets there was no disorganization, there was simply….LOVE.

 

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La tasca dei ricordi

 

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Mi ha sempre dato fastidio il modo di tenere il portafoglio di mia madre, i soldi stropicciati, gli spiccioli insieme alle monete di carta, montagne di scontrini, tessere a punti dei supermercati stipate alla rinfusa.

Stessa cosa per le sue giacche, se qualche volta mi capitava di prenderne una in prestito, nelle tasche potevo trovare di tutto, una pinza per capelli, una caramella mangiata a metà, le chiavi della macchina.

Io sono sempre stata una quasi maniaca dell’ordine, nei periodi più bui della mia dipendenza dividevo persino la biancheria per colore, non vivo senza la mia Molesquine che tengo sempre a portata di appunto  e  mi porto ovunque come la coperta di Linus, è la mia droga biologica.

Oggi sono uscita in fretta, senza rifare il letto, dovevo scegliere tra quello o pettinarmi i capelli, ho infilato uno dei due giacconi che metto sempre ultimamente e che sono diventati un’estensione della mia borsa, o meglio del mio zainetto.

Si perché ho da poco deciso di sostituire la mia borsa con uno zainetto in pelle, più comodo per correre dietro alla mia peste a due zampe, mi lascia le mani libere quando devo tenerlo in braccio e mi aiuta a distribuire il peso quando la mia schiena grida vendetta, ho sempre con me le cose importanti come il guscio di una lumaca e inoltre evito di dimenticarmi tutto su una panchina del parco quando devo fare uno scatto da centometrista.

Appena uscita di casa ho infilato una mano nella tasca del mio giaccone verde militare e ci ho trovato due gettoni di metallo delle giostre e un biscotto Ringo avvolto in fazzoletto di carta, ho frugato nell’altra e ci ho trovato una paletta di plastica rossa e un biglietto scaduto del tram.

Mi sono fermata per un attimo, investita da una marea calda di ricordi e di immagini, una marea di pensieri sui quali non avevo riflettuto abbastanza.

Ho cercato una parola per definire quello che c’era nella mia tasca, quella più adatta, perché io sono una precisa, quello che c’era nel portafoglio di mia madre, nelle sue tasche, nella sua borsa.

Disordine.

Eppure, oggi, quello che una volta avrei definito disordine lo chiamerei..

Amore.

 

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I capricci son finti, se non lo sai, sallo!

 

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Qualche giorno fa, sul beneamato web, mi sono imbattuta nel solito articolo illuminante che vorrebbe spiegare a me in quanto genitore, che i capricci “non esistono”, un po’ come i fantasmi, può capitare che qualcuno li veda, ma ovviamente, non esistono.

Esistevano una volta, quando noi, io, te e anche tu nell’angolo che sbirci nel mio blog, eravamo bambini. Allora si, i genitori potevano sgridare i propri figli, dare delle regole, insegnare a stare in società, a capire quali fossero i propri limiti e i propri spazi, esisteva anche il famoso “ceffone terapeutico” o la “ciabatta educativa”, scommetto che qualcuno ne ha schivate parecchie lanciate dalla madre. Eppure guarda, siamo ancora vivi, strano ma vero. Siamo qui, io a scrivere il mio post e voi a leggerlo, miracolo della fisica. Oggi invece, i capricci son finiti, i bambini vanno capiti, lasciati fare, non sono “bizze” le loro, sono crisi esistenziali, certo, si sono innervositi mentre riflettevano sui massimi sistemi dell’universo e questo li ha condotti a buttarsi per terra, a urlare senza apparente motivo, a richiamare la vostra attenzione con forza senza concedervi un nano secondo per finire di fare la spesa o di dire una cosa al telefono. Ma sappiatelo, non sono mai e poi mai capricci, sono “richieste di vero amore” le loro, la colpa è vostra perché non gliene date abbastanza e sempre perché lo sappiate, non dovete alzare la voce che si spaventano e non dovete dare pacche sul sedere che si traumatizzano, dovete sedervi al tavolo di un bar di fronte una cioccolata calda e fare un tema sull’ansia al quale il vostro pediatra poi darà un voto. Non importa se il bambino in questione ha 5 anni o magari pure 6, se è lo stesso bambino perfettamente in grado di decidere quali scarpe di vuole comprare e cosa vuole o non vuole mangiare, in grado di usare il vostro smartphone meglio di voi e di registrarsi un cartone animato su SKY, la sua capacità intellettiva viene improvvisamente meno quando qualcosa lo turba nel profondo del cuore, e quindi non si può ricorrere alla sgridata perché lui poverino non capisce, soffre per la tragedia della fame nel mondo e quindi vi smonta la casa o si rifiuta di venire via dal parco, ma non è un capriccio, non sia mai! E’ come quando un’omicida viene graziato perché era incapace di intendere e di volere, è giustificato.

Poi, quando andrà a scuola e prenderà dei brutti voti o magari qualche nota in condotta, siate pronti a difenderlo sempre, perché sicuramente ha cattivi insegnanti, incapaci di trovare il giusto metodo educativo per lui e che sono noiosi quando fanno lezione, quindi è normale che vostro figlio/a prenda il banco a randellate o scriva sui muri dei corridoi, qualcosa deve pur fare no? E poi quando sarà un baldo adolescente e non farà sedere anziani e donne incinta sui mezzi pubblici, non sarà certo perché è maleducato, figuriamoci, è solo stanco perché a scuola lo sfiniscono povera anima.

Insomma magari ogni tanto facciamocele due domande, invece di berci tutte le cazzate pedagogiche con cui ci inondano ogni giorno, magari ogni tanto diciamo ai nostri figli che al ristorante si sta seduti e non si corre come animali sotto i tavoli di tutti gli altri clienti, perché non viviamo in una jungla, magari ogni tanto allunghiamola una mano su quei santi sederi quando abbiamo l’impressione che forse i capricci non siano finiti ma abbiano solo cambiato nome, perché la moda si sa è sempre diversa.

Sono abbastanza sicura che nessun bambino morirà per questo e chissà magari questa società potrebbe anche beneficiare di individui che abbiano imparato ad avere un millimetro in meno di libertà e uno in più di rispetto, perché “La libertà un individuo, finisce dove comincia quella di un altro.”

 

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