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La felicità non è un attimo, è nell’attimo…

 

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Questa mattina, in un’assolata e caldissima Firenze, siamo tornati al parco. Alle cascine, il nostro parco, il parco che mi appartiene ormai almeno un po’, ma io appartengo a quel luogo? Non lo so.. e mentre me lo domandavo siamo arrivati al laghetto, quello dove andiamo almeno una volta a settimana da due anni, esattamente i due anni da quando abitiamo a Firenze.

Mi sono fermata così, a qualche passo dalla ringhiera che delimita il perimetro dell’acqua e mi sono accorta che i fiori che avevo visto piantare, quei semini nella terra rivoltata che erano soltanto un progetto di fiori futuri, ora erano li, sbocciati e bellissimi. Mi sono accorta che le tartarughe che avevo visto piccolissime nuotare a pelo d’acqua erano diventate grandi e rotonde e prendevano il sole sul bordo con le zampette distese. Mi sono guardata intorno e ho sentito qualcosa, una specie di amore, una specie di “gratitudine”. Mi sono accorta di quante volte ho desiderato indossare le vite degli altri, come se fossero indumenti diversi da provare per scoprire come mi stavano addosso, quante volte ho desiderato essere altrove senza sapere precisamente dove.

Ho ringraziato nel cuore mio figlio di avermi insegnato ad attendere, a sentirmi parte di questa vita che cambia e ci porta con sé. Ho capito perché lui come tanti bambini riesce ad essere “felice con poco” come diciamo noi adulti. Ho osservato con quanta assoluta “attenzione” e “intenzione” fa ogni piccola cosa.. mentre io, mentre noi, siamo spesso distratti, spezzati e dispersi in un caleidoscopio di emozioni, ricordi, pensieri.

Siamo assenti da noi stessi e dall’attimo in cui viviamo. Lui quando gioca, quando cerca i pinoli da mettere nella sua bottiglietta, ha solo quella missione in mente, è concentrato, presente, assorto e tutto il suo mondo si ferma in quell’unica importantissima operazione, non importa che io gli dica, andiamo, facciamo, sbrigati, lo farai dopo… non può capirmi. Per lui non c’è un dopo, un dovere alternativo, un pensiero di quel che accadrà, non concepisce di poter posticipare la sua gioia, quella gioia è li, presente, è quella cosa, non è un attimo ma è esattamente in quell’attimo.

 

Bambini con la valigia

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Il rumore di quelle ruotine, la mattina sotto casa, è diventata un’abitudine.

I primi giorni nella nuova casa a Firenze, dopo anni passati in campagna, mi affacciavo, per vedere cosa producesse quel rumore, ora che lo so, mi limito a pensarci su.

E ci penso spesso.

Penso a questi bambini, nell’aria fresca delle prime ore del giorno, coi loro piccoli trolley colorati, illustrati coi i supereroi del momento, ripieni di libri pesanti, che trascinano svogliatamente, il peso del sapere, verso la loro scuola.

E’ un mondo strano il nostro, un mondo dove tutto è fast, touch , smart , dove tutto è volatile, digitale, virtuale, ma i nostri bambini vanno a scuola con la valigia, la stesse che useranno tra qualche anno, magari leggermente più grande, sicuramente senza supereroi, per andare all’aeroporto.

Dentro quelle valigia, noi mamme, infileremo le provviste del piccolo emigrante, barattoli di pesto o ragù, i biscotti della marca preferita, il pacchetto di caffè che all’estero costa troppo, confezioni di pasta e prodotti locali indispensabili, secondo noi, a non morire di inedia fino al prossimo incontro.

Non dico che se ne andranno tutti, ma molti lo faranno. Viviamo in un paese dove i treni sono sempre più cari e più veloci e le scuole sempre più vecchie e inadeguate.

Mi chiedo quante cose possa contenere una valigia, quanto spazio debba avere per infilarci dentro un sogno, perché i sogni si sa, non pesano molto, ma spesso sono grandi, hanno bisogno di spazio.

Ed è quello spazio che manca.

Molti di quelli che stanno partendo, cercano solo un po’ di spazio, per correre, uno spazio che non sia fatto di divieti e di costrizioni, un luogo dove poter tentare ciò che si ama e non soltanto ciò che si può.

Fare qualcosa, che amano, che li faccia vivere fino in fondo e non soltanto che in fondo, gli dia da vivere.

Io non l’ho ancora comprata quella valigia, non so se dovrò farlo, ma mi tengo pronta, perché quando mi chiedono, cosa mi piacerebbe che facesse mio figlio, in futuro, la mia risposta è sempre la stessa “Vorrei soltanto, che fosse felice”.

E troppo spesso ormai, la felicità, è altrove.

E’ dentro una valigia, che corre veloce sulle sue ruotine, dalla scuola dietro casa, fino all’aeroporto.

 

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Apnea

 

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Ieri sera ero stanca, ma non di quella stanchezza che trova conforto tra le lenzuola, o tra i cuscini del divano.

Era quella stanchezza sottile, quella che ti entra dentro come l’umidità nelle ossa nelle giornate piovose, quella che non ti lascia in pace.

Ruben era quasi pronto per la nanna, infilato nel suo pigiamino felpato di Charlie Brown, e si rilassava col babbo prima del bacio della buonanotte.

Avevo bisogno di fare qualcosa, qualcosa per me. Qualsiasi cosa.

Mi è tornato in mente un motivetto, una frase di una canzone di Max Gazzè :

“..Ammazzo il tempo provando con l’auto meditazione canto un po’..'”

Ecco, io le meditazioni, le ho provate un po’ tutte, ho provato un po’ tutto in generale nella mia vita, sono una sperimentatrice che si annoia facilmente. Nelle mie varie letture e riletture delle più svariate discipline per ritrovare il centro di gravità permanente, ne avevo scovata una che mi sembrava adatta a me, facile facile, senza trucco e senza inganno.

La meditazione basata sul respiro” , non c’era molto da sapere, solo una tecnica per respirare, a fondo, sedersi e respirare, una cosa che in ogni caso facciamo no?

Così mi sono decisa a provare anche questo, tanto per certe cose si sa che.. se non fa bene non fa nemmeno male.

Vado nella stanza degli ospiti, recupero un cuscinetto da yoga nascosto da tempo, dietro all’asse da stiro, accendo un incenso e una candela, che danno a tutto un’aria di serietà e solennità, e mi fanno sentire meno idiota.

Dopodiché, mi siedo, cercando di stare col famoso “busto eretto” e mi metto in silenzio a ” respirare“, pensando di restare così, chissà quanto, una mezz’ora magari.

5 MINUTI

Tanti me ne sono bastati per scoppiare, per aprire gli occhi e rendermi conto di colpo, di fare fatica, di non essere capace di “sedermi e respirare, soltanto“.

E’ stato come, quando anni fa, sono stata operata, in anestesia totale, per poco tempo, ma ad ogni modo ero intubata, e al mio risveglio, la sensazione peggiore, fu proprio quella di respirare. Alla prima boccata di ossigeno tutta la gola mi esplose in un bruciore insopportabile, era come se al posto dell’aria, mi avessero soffiato dentro soda caustica. Mi ci volle del tempo, alcuni interminabili minuti e parecchi sorsi d’acqua per smettere di boccheggiare.

E così ieri sera, al buio, sola con me stessa e il rumore dell’aria che entrava e usciva dai miei polmoni, li ho sentiti troppo piccoli, ho sentito che non sapevano più espandersi a dovere, che l’aria mi faceva male, che l’ansia prendeva il sopravvento ed era come se fossi in Apnea.

Ho pensato  a quanti respiri profondi faccio nell’arco di una giornata, e non ho avuto bisogno di contare, nessuno. Il mio respiro è sempre corto, affannato, scadenziato. E come il mio, quello di quasi tutti quelli che mi stanno intorno.

Ho pensato a tutto il fiato risparmiato mentre corro a fare la spesa col passeggino e le borse appese, a quello che trattengo quando salgo le scale con mio figlio in braccio, mentre faccio l’ultimo cambio di pannolino della giornata.

Ho pensato al fiato risparmiato mentre aspetto in coda alle poste o in qualche ufficio pubblico, al fiato risparmiato per finire tutti compiti che mi sono imposta, a quello non sprecato per fare ciò che vorrei, almeno ogni tanto.

Ho pensato al fiato trattenuto al lavoro, negli anni in cui lavoravo fuori casa, per non urlare col mio capo o con qualche cliente meschino, a quello stretto stretto delle corse in bicicletta per non arrivare tardi in Ufficio, a quello che non usato per le parole o per le scuse che invece avrei voluto usare.

Ho pensato al fiato che manca la sera a tante mamme, per leggere una fiaba a i loro bambini, a quello gonfio nel petto di un babbo che non sa come fare tornare i conti a fine mese.

Quanto fiato risparmiato, e per cosa?

Per ritrovarci un giorno a scoprire che non siamo più capaci, di fermarci, sedersi, e semplicemente “respirare“.

Stamattina sono uscita con mio figlio, a piedi, ho dimenticato di proposito la lista a casa, la lista di tutte le cose “da fare“, sono uscita senza passeggino, senza ombrello, anche se avrebbe potuto piovere.

Ho pensato che aveva una giacca pesante, il cappuccio, aveva me. Potevamo passare sotto i portici e correre fino a casa.

Siamo andati in giro così, camminando, osservando, respirando. Tenevo la sua manina piccola, che nei giorni scorsi troppo spesso mi aveva sfuggita, forse a ragione.

Sembrava che stamattina avesse voglia di stare nella mia, sembrava felice che non avessimo un percorso, che non avessimo una lista, che potessimo solo camminare, e respirare.

Siamo andati in giro così finché non abbiamo sentito il suono di una tromba, lui adora la musica e mi tirava forte, verso la direzione da cui proveniva il suono.

Lo abbiamo seguito, senza pensare, nemmeno io.

Era un artista di strada, molto bravo, camminava e suonava splendidamente la sua tromba, e un’ anziana signora, sorridendo, gli ha calato dei soldi con un cestino, dal suo terrazzo.

Ruben sorrideva e io sorridevo, e respiravo.

Respiravo davvero, godevo di quel momento bellissimo, sotto un cielo pronto a fare acqua, felice, e per una volta, senza risparmiare il fiato.

 

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Il piccolo ponte che fu

 

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Il bello di essere una mamma, e soltanto una mamma, a volte, è anche quello di fare incontri. Non sempre sono speciali, di rado interessanti, talvolta stressanti, ma ogni incontro per me, è una potenziale scoperta, una fonte di idee, di pensieri, di cose su cui riflettere prima e scrivere poi. Stamattina però, sono stata fortunata, ne ho fatto uno, di quelli che scaldano il cuore.

Ero al nostro parco, il nostro angolo verde nel cuore delle Cascine a Firenze, forse ormai un po’ è anche il vostro, visto che ve ne parlo tanto spesso. Eravamo vicino al laghetto a fare le bolle di sapone, le solite, vecchie, intramontabili bolle di sapone, che ho riscoperto essere la magia di ogni giorno di sole. C’era tanta gente come sempre, a correre, pedalare, camminare, pattinare, a prendere il fresco sotto gli alberi, ma nessun bambino a parte Ruben, nessuna mamma a parte me. Eravamo gli unici rappresentanti della nostra specie in quel momento.

Poi, da lontano, vedo arrivare una coppia di anziani, con un piccolino biondissimo per mano, vengono verso di noi e il biondino resta totalmente affascinato dalle bolle, le guarda, poi si guarda intorno, sorpreso di tutto quello spazio, sorpreso di essere “libero”. Di solito Ruben gioca volentieri da solo ma il biondino aveva la sua stessa età e si è creata una di quelle inspiegabili, improvvise alchimie, a tal punto che ha deciso di tirare fuori i suoi giocattoli dalla borsa a forma di maialino, che mi porto sempre appresso e condividerli col nuovo arrivato. Una cosa ben rara ultimamente.

Si sono messi a giocare così tranquilli e gioiosi che io, ho potuto sedermi su una delle panchine che circondano il laghetto, accanto alla coppia di nonni e dedicarmi al mio incontro. La Nonna del biondino ha cominciato subito con l’elencarmi tutte le disgrazie della famiglia, il perché oggi il bambino era affidato a loro, la fuga del padre del piccolo e tante altri spiacevoli accadimenti, che si ammassavano come sassi sulla mia schiena, facendomi pensare che si, le donne si lamentano sempre o quantomeno, troppo spesso.

Il Nonno del biondino invece stava in disparte, ma osservava, osservava tutto intorno rapito e io aspettavo solo che dicesse qualcosa, poi, finalmente, lo ha fatto. E all’improvviso avrei potuto stare ore ad ascoltarlo, a perdermi nei suoi ricordi gentili. Mi ha detto che gli sembrava così strano che non ci fossero bambini, che lui era nato e cresciuto in un quartiere dall’altra parte del fiume Arno, a due passi da questo parco e che allora, allora i bambini era dappertutto.  Perché non esistevano gli asili nido, qualcuno, forse, ma i bambini non ci andavano. I bambini stavano con le nonne e con le mamme, sempre. Lui al parco delle Cascine ci veniva con la nonna, le siepi erano più alte, mi diceva, e lui insieme agli amici ci giocava a nascondino, stavano sempre fuori, mi diceva, anche quando era inverno, se non pioveva. Il ponte di cemento che i fiorentini chiamano “La passerella” e che io attraverso col passeggino, una volta, non c’era, era solo un piccolo ponticello di legno, che l’alluvione del 1966 si portò via, insieme a tante cose, a tante vite. Si pagava un pedaggio a kg per attraversarlo, ma se si formavano dei piccoli gruppi, si pagava di meno, così la sua nonna metteva insieme tanti bambini che volevano attraversarlo per andare a giocare, e pagava solo le cento lire, per passare. Me la sono immaginata quella nonna fiorentina, con il grembiule sempre allacciato alla vita, che radunava i bambini per fare il peso e poi li accompagnava tutti a giocare, e le mamme che li chiamavano, quando era il momento di andare a mangiare. Meno male che oggi non si paga il pedaggio, oggi quella nonna non saprebbe dove trovarli i bambini, per fare il peso.

Sono spariti, dentro gli asili e le scuole materne, dove li fanno crescere in fretta. Sono affidati ad altri adulti che li tengono al caldo se fuori fa freddo e al fresco se fuori fa caldo. Eppure si ammalano lo stesso i nostri bambini, si ammalano spesso. E quando hanno un giorno di ferie, quando restano coi nonni che li portano al parco, in bicicletta, non sanno che fare di tutto quel tempo senza maestre e senza attività create apposta per loro. Sono come piccoli pappagalli smarriti, scappati dalla gabbia in cui sono cresciuti, bellissimi e pieni di colori, ma con ali che non sanno volare.

(La legge che istituisce gli asili nido veri e propri, in Italia, è del 1971, ed è la legge 1044/71, che definisce il nido come un “servizio sociale di interesse pubblico”.)

 

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Diversi da cosa?

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Ero al parco delle Cascine, giorni fa. E’ il nostro parco preferito, il nostro nascondiglio nel verde, accanto ai lungarni. In Settembre, in certe giornate fresche e piene di raggi di sole spezzati dalle foglie degli alberi, è di una tale bellezza, da farti pensare che lassù qualcuno c’è, che ogni tanto ha buone idee. All’interno del parco  c’è anche un’area giochi per i bambini, molto bella, creata in memoria del piccolo Nicholas Green, la cui vicenda in Italia fece molto scalpore e al quale il nostro paese ha dedicato molta attenzione, così tantissime zone sparse per tutta Italia, portano oggi il suo nome (https://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Green).

C’erano tanti bambini, e Ruben è stato subito attratto da uno di loro, lui ama i mondo, tutto il mondo, e il mondo ama lui. Solo dopo, avvicinandomi, ho notato che quel bambino in particolare, era un bambino speciale, dico speciale perché non saprei davvero che altra parola usare, perché dire diverso mi sembrerebbe sbagliato, dovrei trovare il termine di paragone, il qualcosa da cui era diverso, in un mondo in cui siamo tutti, diversi.  Perché la verità è che alla fine, come moltissime di noi mamme, di noi genitori, non sono preparata. Perché a parte quelli tra di noi che hanno studiato alcune patologie, quelli che svolgono lavori a contatto con persone affette da qualche tipo di handicap, tutti gli altri, me compresa non sanno come reagire. Non sappiamo se sorridere troppo, o troppo poco, se dire qualcosa o non dire niente, se fare qualche domanda o restare indifferenti, che anche far finta di niente del tutto, mi pare sbagliato. Insomma, si crea quel momento di gelo in cui non sai fare altro che tenere le mani in tasca per non gelarti le dita. Poi guardi quella mamma, la mamma del bambino speciale e vedi che è giovane, più giovane di te, vedi che aveva messo il suo bambino seduto nella casetta di plastica, quasi per proteggerlo, per difenderlo e forse un po’.. per nasconderlo. Pensi che a volte, essere diventata madre a quarantanni è un vantaggio. Non perché io sia più preparata, anzi forse sarei stata meno stanca, a volte, se avessi avuto un figlio a trentanni, non perché io sia più informata, perché per quanto si legga o si chieda, alla fine siamo tutti esploratori senza mappa, no, non per questo. E’ un vantaggio perché a quarantanni hai già affrontato più volte la vita, hai preso i suoi colpi e hai imparato ad incassare con grazia, hai capito che alla fine di molto poco importa e che “Il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è.” (cit. Buddha).

Così mentre sei ferma in quell’ impasse, avvolta nella tua nuvola di dubbi e domande, ti accorgi che tuo figlio e quel bambino stanno giocando, ridendo, godendo di quel sole in barba al mondo, a te e alla tua nuvola, e allora pensi, meno male che ci sono i bambini, quanto sanno più di noi, i bambini. E allora capisci che in fondo è facile, è come quando vai al parco e arrivata li, ti accorgi di aver dimenticato la borsa coi giocattoli a casa. Sei presa dal panico, non sai cosa fare e vorresti nasconderti anche tu nella casina di plastica, col tuo bambino, per non fargli vedere tutti i giochini che invece hanno gli altri, mentre lui, non li ha. E non sai come riempire quel vuoto, quella mancanza, ma subito qualche altra mamma ti dice di non preoccuparti, ci sono un sacco di giocattoli sul prato e sono per tutti, può giocare sereno anche con le cose dei loro figli e tu la prossima volta farai lo stesso. Alla fine non è molto “diverso”, basterebbe che noi mamme, in questi casi, ci avvicinassimo per offrire la nostra attenzione, per lasciar che i nostri bimbi giochino con loro, basterebbe stringerci e darci una mano a riempire quel vuoto, quella mancanza, quel qualcosa che è stato dimenticato, ma non a casa.

 

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Ti guardo dormire..

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My Little Ruben

 

 

Ti guardo dormire… rapita, e penso, ogni volta..
Penso che il sonno dei bambini è perfetto.
É un sonno totale, è un sonno felice, completo. Un sonno senza sogni, senza fantasmi, senza ricordi che vengono a tirarti i piedi, senza dolori che sono capaci di trovarti nel buio, senza pensieri che fanno troppo rumore.
È il sonno dei sonni, è il sonno dei giusti.
Un sonno che sa di silenzio e profuma di buono….
Io l’ho perso quel sonno amore mio, forse troppi anni fa, forse, troppo presto, ma ti ringrazio, di avermi ricordato quanto fosse gentile e pieno di pace, quel sonno di allora.
Ti ringrazio di farmelo assaporare di nuovo, di lasciarmene prendere un respiro, ogni volta.

 

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Secchiello

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Guardo mio figlio di spalle, sulla spiaggia.

Penso a quanto sono piccole le spalle di un bambino, quelle di tutti i bambini. Penso a quanto sono fragili, rotonde, delicate.

Le guardo e mi si riempie il cuore di amore, e di angoscia.

Penso che quelle spalle, quelle di tutti i bambini, dovrebbero portare soltanto il peso di una giornata di sole, di un secchiello giallo in cui raccogliere il mare.

Penso a quante piccole spalle portano il peso del silenzio, della fatica, dell’abbandono, delle botte.

Penso su quante piccole spalle, noi adulti, stiamo mettendo un mondo troppo pesante. Vorrei accarezzarle tutte, sollevare da esse il peso dei torti e del dolore ingiusto.

Vorrei dar tutti loro un secchiello giallo e portarli al mare, vorrei che dovessero tutte portare soltanto il peso, di una giornata di sole.

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My little Ruben..

 

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