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La gente dice che “c’è tempo”.

 

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Avete presente quando volete fare qualcosa o volete farla provare a vostro figlio e qualcuno dice “Eh va beh ma aspetta tanto c’è tempo“.

Ecco io questo concetto del  “c’è tempo” non l’ho mai capito, forse mi sfugge qualcosa o forse sono io che sono gnucca e non ci arrivo. Magari queste persone hanno fatto un patto con quel signore lassù con la barba bianca o con quello con la tunica arancione o con quello davanti a cui ci si inchina più volte sopra un tappeto o qualsiasi altra impersonificazione del divino li renda più appagati.

Io questo patto non ce l’ho. Forse loro hanno bevuto l’elisir della vita eterna come in quel film con Susan Sarandon e Meryl Streep “La morte ti fa bella” o hanno un quadro magico nascosto sotto il letto come Dorian Grey, io nemmeno quello, niente di niente.

Sarà per questo che non ho grandi certezze sulla quantità di tempo a nostra disposizione e sono piuttosto una fan del “carpe diem” , sono una che mangia l’uovo oggi e chissenefrega della gallina domani, intanto mi faccio l’omelette col parmigiano.

Quando parlo dei viaggi che vorrei fare e dei posti dove voglio andare col mio bambino mi sento dire “ma cosa ce lo porti a fare che poi non si ricorda, tanto c’è tempo” oppure quando ho deciso di comprare la bici col sellino e portarlo dietro con me “eh ma potevi aspettare ha solo due anni, tanto c’è tempo“.  A parte l’orticaria che mi fanno venire e la padellina di cazzi propri che vorrei consigliargli di mangiarsi per cena, continuo a chiedermi da dove gli proviene tutta questa certezza che sia meglio aspettare.

Forse mio figlio non ricorderà i nomi dei posti dove andremo o il nome della compagnia aerea con la quale voleremo ma il senso e il sapore del viaggio non hanno età, la possibilità di sentire nuovi odori, posare gli occhi su  orizzonti stranieri,scoprire colori e sapori differenti, imparare ad adattarsi, aprire la sua mente, ascoltare suoni diversi, conoscere nuove abitudini, tutto questo è un dono che non è mai troppo presto per ricevere.

E portarlo in bici con me è un modo per trasmettergli una mia passione, che spero condivida con me in futuro, ma io ci sono oggi ed è oggi che voglio farlo.

Insomma io la vita la voglio vivere non la voglio conservare, non mi fido di questo tempo che dovrebbe esserci ma di cui non sappiamo nulla e poi come dice il buon vecchio Vasco..

Oggi siamo vivi, domani chi lo sa, te le prendi te la responsabilità?”.

Dimmi cosa mangi

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Navigando nel mare dei social media ho capito una cosa riguardo al cibo e all’alimentazione in genere. Ci sono tre gruppi di persone:
1)Quelli che si strafogano di panini, patatine, dolci, tracannano con gusto litri di bibite gassate in barba all’infarto, all’obesità e al colesterolo, sfanculando  medici e becchini e sprezzanti del pericolo vivono ogni giorno come fosse l’ultimo. Molte uova oggi  esistono fotta la gallina domani.
2)Quelli che si fanno tutto in casa, hanno l’orto biologico in terrazzo e la vasca da bagno piena di acqua marina per estrarne il sale in maniera naturale. Mangiano una poltiglia di nocciole e la chiamano Nutella incuranti del fantasma del Signor Ferrero che si aggira in casa loro piangendo, fanno il pesto con il tofu, che Dio li maledica ( Non sono cattiva, sono ligure.) Per i figli usano solo pannolini lavabili e poi con la cacca altrettanto biologica concimano l’orto in terrazzo.
3) Quelli che si nutrono a forza di beveroni di marche varie, centrifugati e similari concedendosi solo talvolta una barretta, quella al gusto di panettone per Natale e gusto pizza per sere fuori con gli amici. E nonostante questo corrono comunque subito in palestra a smaltire quelle 2 calorie e mezzo facendo dieci ore di spinning una di squat e il week è dedicato al triathlon di famiglia. Sorridono sempre come fossero in estasi ma secondo me è una paresi frutto dell’atrofizzazione dei muscoli facciali a causa della mancanza di proteine.
E poi..Ci sono io.
Quella “Quella che cazzeggia”, quella che un giorno mangia la pizza al taglio mentre corre o il cinese della sera prima riscaldato o il Mac Donald che tanto prima o poi dobbiamo dobbiamo tutti morire, un giorno fa i biscotti in casa e la passata di pomodoro con i nostri pomodori freschi e il nostro olio di oliva e già che c’è anche il pesto col mortaio che fa figo e ne congela 27 vasetti in caso di terza guerra mondiale per sopravvivere nel rifugio anti atomico, un altro giorno dopo la centesima proposta on line dell’ultimo ritrovato dietetico che ti farà dimagrire, crescere i capelli e ringiovanire di dieci anni, ne ordina un vasetto e se lo beve sperando nel miracolo.

E voi, cosa mangiate?

La tasca dei ricordi

 

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Mi ha sempre dato fastidio il modo di tenere il portafoglio di mia madre, i soldi stropicciati, gli spiccioli insieme alle monete di carta, montagne di scontrini, tessere a punti dei supermercati stipate alla rinfusa.

Stessa cosa per le sue giacche, se qualche volta mi capitava di prenderne una in prestito, nelle tasche potevo trovare di tutto, una pinza per capelli, una caramella mangiata a metà, le chiavi della macchina.

Io sono sempre stata una quasi maniaca dell’ordine, nei periodi più bui della mia dipendenza dividevo persino la biancheria per colore, non vivo senza la mia Molesquine che tengo sempre a portata di appunto  e  mi porto ovunque come la coperta di Linus, è la mia droga biologica.

Oggi sono uscita in fretta, senza rifare il letto, dovevo scegliere tra quello o pettinarmi i capelli, ho infilato uno dei due giacconi che metto sempre ultimamente e che sono diventati un’estensione della mia borsa, o meglio del mio zainetto.

Si perché ho da poco deciso di sostituire la mia borsa con uno zainetto in pelle, più comodo per correre dietro alla mia peste a due zampe, mi lascia le mani libere quando devo tenerlo in braccio e mi aiuta a distribuire il peso quando la mia schiena grida vendetta, ho sempre con me le cose importanti come il guscio di una lumaca e inoltre evito di dimenticarmi tutto su una panchina del parco quando devo fare uno scatto da centometrista.

Appena uscita di casa ho infilato una mano nella tasca del mio giaccone verde militare e ci ho trovato due gettoni di metallo delle giostre e un biscotto Ringo avvolto in fazzoletto di carta, ho frugato nell’altra e ci ho trovato una paletta di plastica rossa e un biglietto scaduto del tram.

Mi sono fermata per un attimo, investita da una marea calda di ricordi e di immagini, una marea di pensieri sui quali non avevo riflettuto abbastanza.

Ho cercato una parola per definire quello che c’era nella mia tasca, quella più adatta, perché io sono una precisa, quello che c’era nel portafoglio di mia madre, nelle sue tasche, nella sua borsa.

Disordine.

Eppure, oggi, quello che una volta avrei definito disordine lo chiamerei..

Amore.

 

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Pensieri circolari ( Di vecchiaia e di virtù)

 

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Vi siete mai chieste come sareste invecchiate? Mi piacerebbe saperlo, vorrei sapere cosa e come vi eravate immaginate, quanto vi siete allontanate da quell’idea, dove siete adesso.

Io pensavo che sarei invecchiata sola, senza figli, con un gatto, forse due, magari anche tre. Adoro i gatti. Pensavo che sarei invecchiata in un paese del Nord Europa, in uno di quelli dove non arriva mai veramente l’estate. Nella mia testa c’è un’immagine di una me esile e delicata che passeggia dentro un paio di stivali di gomma, su una lunghissima spiaggia di qualche sperduta costa irlandese, con i capelli rossi che ondeggiano cinematograficamente al vento.

 Si, lo so. Nella vita reale non sono così esile e i mie capelli si sarebbero arruffati diventando una massa nodosa inguardabile e gonfia di umidità salmastra, certo, ma questo è il mio sogno che diamine, quindi posso essere strafica quanto mi pare. Ero pure più alta ecco.

Avrei fatto la scrittrice, o qualcosa di tremendamente creativo e interessante e avrei avuto molto tempo per lunghi bagni a lume di candela, tazze di tisane profumate con gli Scones e altre simili graziose amenità. Per darvi un’idea di quanto io mi sia allontanata da quel simpatico filmino, vi dirò che nella nuova casa dove abito da più di un anno ormai, ho una bella vasca, che ho puntato i piedi per averla, perché la desideravo tanto, dopo una vita di docce veloci, noiosamente in piedi.

Quella vasca non è mai stata usata, non ancora, non da me. Ci faccio il bagno a mio figlio. Ci metto i fiori quando devo bagnarli. La pulisco per bene, ma non ho ancora avuto occasione di entrarci e restare lì, a farmi venire la pelle cotta, le piegoline, insomma per il troppo ammollo. Previdentemente, perché non si sa mai, avevamo messo anche la doccia, e io uso ancora quella.

Le tisane le bevo in piedi mentre stiro, sperando di riuscire a finire in tempo sia di stirare che di bere, niente scones, al massimo una barretta ai cereali dietetica. Il gatto ce l’ho, uno solo, però in compenso ho fatto un figlio, uno solo anche di quello. Dopo vari spostamenti, vivo stabilmente a Firenze, che per quanto sia bella, non ha certo un clima nordico, non ha il mare, e l’unica cosa in comune con la mia spiaggia irlandese, è il tasso di umidità, che in estate mi fa ricordare i nomi dei santi. Scrivo di corsa, nei ritagli di tempo, il mio PC è normalmente abbandonato su una piccola penisola al centro dell’open space cucina-salotto, tra una rimestolata al sugo per la polenta e una sistemata ai giocattoli sparsi dappertutto, aggiungo qualche riga alle centinaia di racconti rimasti a metà.

Tutto questo, ha molto poco a che fare col mio progetto originario. Ma forse, è un po’ come con il Principe azzurro, crescendo e facendo esperienza, ci si rende conto che anche se non arriva quello con la calzamaglia turchina, alla fine non importa, che la calzamaglia è un po’ ridicola e che di colori belli ce ne sono tanti e magari l’azzurro, nemmeno vi dona.

Forse la vita che faccio oggi è più virtuosa, sicuramente meno egoista e lasciva però, però certi pensieri, come ho sentito dire una volta, sono proprio “circolari”, girano in tondo e per quanto sia ampia la circonferenza del cerchio, finiscono sempre per ripassarvi davanti.

E così alla fine ritorno a me che cammino negli stivali di gomma, su quella spiaggia, torno a pensare a quanto sarebbe facile, iniziare a camminare piano, lentamente, lasciando soltanto orme leggere sulla battigia, orme come briciole di pollicino, che verranno mangiate dalle onde fredde e non lasceranno traccia. Allontanarmi senza voltarmi indietro, col vento nei capelli rossi, e semplicemente, ricominciare.

 

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“Dieci regole”, per capire se stai “lavorando”.

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Ci sono almeno dieci cose, che distinguono un “vero” lavoratore, da uno che “lavoricchia”. Dieci punti cardine che certificano o meno, il vostro ruolo di “contributore sociale”.

  1. LIVELLO DI STRESS: Se non siete stressati, nervosi, scontrosi quanto basta, se non frequentate con una certa regolarità, la macchinetta del caffè in cialde e il cassetto con le pastiglie di Malox e  Moment della vostra scrivania, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  2. TEMPO PERSO NEL TRAGITTO: Se non uscite di casa per poi restare imballati come scatole in un magazzino, per un certo numero di minuti (diciamo non meno di una mezz’ora, ma già così sarebbe pochino) nella vostra macchina, su un treno, autobus, o un qualsiasi noioso mezzo di trasporto pubblico, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  3. WAKE UP TIME: Se non vi alzate almeno prima delle 7, correndo per arrivare in tempo, se non bestemmiate alla vostra sveglia, se avete il coraggio di iniziare a produrre che ne so, dopo le 9 del mattino e magari per meno di 8 ore consecutive, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  4. LAMENTAZIONE: Se non vi lamentate quotidianamente, o perlomeno settimanalmente, già mensilmente sareste poco credibili, della vostra mansione, del capo, dei colleghi, degli orari, delle poche ferie e di quanto sia corto il week end, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  5. EFFETTO JET LAG: Se non rimanete attaccati al vostro lavoro, e a tutti le problematiche ad esso correlate, continuando a parlarne, magari anche a tavola, in pausa pranzo o meglio ancora quando siete a casa, con amici e parenti e preferibilmente anche in vacanza, senza riuscire veramente a godervi nemmeno il tempo “libero”, allo no, NON STATE LAVORANDO.
  6. SINDROME DELLA PIANIFICAZIONE: Se la vostra vita non gira, come la terra intorno al sole, attorno al calendario ferie, festività, santificazioni, ore di permesso, ponti stretti o lunghi, o mai concessi come quello sullo stretto di Messina, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  7. DIETA SBILANCIATA: Se non siete ormai rassegnati, al panino in piedi al bancone del bar o peggio ancora alla porzione di insalata di riso del supermarket accanto al vostro ufficio, riscaldata nel microonde del ripostiglio, e mangiata davanti al computer, e se la sera non cenate con una pizza surgelata, perché siete usciti troppo tardi per andare a fare una spesa decente, e siete comunque troppo stanchi per cucinare, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  8. STANCHEZZA: Dovete essere stanchi, se il vostro lavoro non vi stanca fisicamente o almeno mentalmente, se non avete mal di schiena, mal di testa o per lo meno la sindrome del tunnel carpale per il troppo utilizzo del mouse, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  9. ORIENTAMENTO ALLA PENSIONE: Se non fate almeno una volta al mese, il conto di quanto vi manca alla pensione, vedendola come risultato ultimo di tutta la vostra carriera, sapendo già che non sarà mai sufficiente a ricompensarvi di un tale numero di anni, passati a sopportare tutto quello che contengono gli otto punti precedenti, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  10. WEEK END ADDICTED: Se non affrontate ogni lunedì mattina come se fosse l’ultimo giorno della vostra misera vita, se non riprendete colore in viso, spammando la vostra gioia nevrotica su tutti i social network a vostra disposizione, il venerdì pomeriggio, se non passate il sabato sfinendovi per fare tutte le cose non siete riusciti a fare durante la settimana, e la domenica non siete già incazzati perché porca miseria domani è già lunedì, beh, allora no, NON STATE LAVORANDO.

Quindi, se leggendo questo decalogo, non siete onestamente in grado, di riconoscervi almeno nel 70% delle casistiche elencate, sappiate, che siete dei probabili “fancazzisti”. ( You are wasting your time darling!). Se fate un lavoro che vi piace, se avete il tempo di fare due passi, se non avete colleghi che ve le frantumano o capi che non vi rispettano, se magari nemmeno lo avete un capo ( sacrilegio!), se avete pure la faccia tosta di lavorare secondo i vostri ritmi, agli orari che preferite e magari riuscite pure a cucinare o giocare con vostro figlio. Se lavorate al PC, magari restando in ciabatte e se non dovete chiedere le ferie a nessuno, perché magari non ne avete bisogno, perché lavorate sempre, magari anche quando gli altri sono in ferie o la domenica, perché il vostro lavoro vi piace e non avere orari non significa non avere responsabilità, allora beh, come diavolo fate a dire che state lavorando???!!!

Del resto in una società come la nostra, impregnata di cattolicesimo e permeata da una mentalità in cui il “valore del sacrificio”, il “senso di colpa”, il “senso del dovere” sono parte integrante del corredo genetico, chi riesce a godere di qualcosa che per definizione è solo una necessità, una scocciatura e un peso, non può essere che bandito, fuori dal recinto per favore.

In caso, sappiate che nella terra del Bianconiglio, sarete sempre ben accetti e che, non siamo più così pochi, da queste parti.

Vi aspetto.

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Trasloco forzato

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E’ domenica mattina, c’è il sole, dopo tanti giorni di pioggia, sembra di nuovo primavera, e invece, siamo a  Ottobre.

Il “manuale della perfetta massaia” a pag. n° 5, dice che: se hai tre raggi di sole ad Ottobre, devi correre, come se non ci fosse un domani, a vuotare il cesto del bucato per fare la lavatrice! Poi stendere i panni pregando che il tempo regga.

Stamattina mentre appendevo alle corde, i vestitini di Ruben, profumati di lavanda, dal mio terrazzo piccolo, quello che guarda la strada, ho visto una coppia. Li conosco di vista, abbiamo fatto spesso la stessa strada, tornando dal parco verso il nostro isolato, lo stesso isolato, non so i loro nomi, hanno un bambino più o meno dell’età del nostro, e loro due hanno più o meno l’età mia e di Leonardo, potremmo essere più o meno, noi.

 Stavano finendo di caricare la loro auto, un’utilitaria, forse troppo piccola per un lungo viaggio.

Era piena fino a scoppiare, di cose messe quasi alla rinfusa, c’erano i giocattoli del loro bambino, infilati tra i vestiti, un fasciatoio usato come base per i pacchi di carta igienica, un pc portatile sepolto sotto ai pan di stelle, c’era la loro vita, impacchettata, stretta, ammassata, una vita in disordine.

Li ho sentiti parlare, salutare, ho visto la nonna del piccolo stringere il nipotino con il viso bianco come i capelli, consumarlo di baci e di lacrime. In Toscana, capita che le persone parlino a voce alta, “vociano”, si dice così, e anche se non vuoi, ti ritrovi ad ascoltare, le loro conversazioni.

Stavano partendo, non per una vacanza, non per un periodo, stavano andando via, lasciando il nostro paese, il loro paese, la loro casa, i parenti, gli amici, gli amici del piccolino, la nonna.

Avevano le facce tirate, come quando non dormi la notte, come quando i pensieri ti scavano il viso.

Ho sentito lui, dire che si, un lavoro lo aveva, ma non bastava. Scuoteva la testa e diceva che era una lotta tutti i giorni, per arrivare a fine mese, che lassù, in Germania, le cose sono diverse, soprattutto col lavoro.

Una signora del loro palazzo chiedeva “ma come starà il bambino”, e lui, scuro in volto, “Eh, si starà a vedere”, come dicono qui.

Li ho visti infilarsi dentro la loro utilitaria, piena fino ai finestrini, guardarsi intorno un ultima volta, e partire.

Io, ho sempre voluto partire, io non lo amo questo paese, non mi sono mai sentita a casa.

Io me ne sono andata, e sono tornata, solo per amore. Ma io, non sono mai stata costretta, a fare una scelta.

 Avrei voluto essere loro, e non esserlo. Penso che forse staranno bene, che forse staranno meglio, che forse non gli mancherà questo paese, che forse gli mancherà la famiglia, il sole, le colline.

Non so molto di loro, non so come si sentiranno, ma una cosa la so, nessuno, dovrebbe essere, costretto a partire.

Nessuno dovrebbe riempire in fretta poche scatole e qualche valigia, per andare via in silenzio, come un ladro, quando in realtà è lui quello a cui è stato rubato qualcosa, qualcosa, qualcosa di importante, qualcosa che distingue un uomo libero, da uno che non lo è, la libertà, di scegliere.

E senza quella libertà, è tutto così, confuso, triste, rimane solamente una macchina troppo carica di bagagli e di emozioni, e poi, si starà a vedere.

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Amore Pret a Porter, no grazie.

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Ho letto un articolo, ieri.  

Voglio essere single, ma insieme a te.

La mia espressione dopo averlo letto? Più o meno come quella della signorina Rottermeier quando scopre che Heidi ha nascosto i gattini nell’armadio.

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Ora, ognuno è libero di pensare quello che vuole, siamo in democrazia, dicono. E io non sono certo una bigotta malpensante e nemica dell’amore libero, ma detto fuori dai denti, certe boiate proprio non si possono sentire. Ho fatto le mie esperienze, prima di incontrare quello che mi ha fatto dire: ok magari non una capanna ,che non sono un tipo troppo bucolico, ma mettere su casa insieme, ci possiamo pensare.

Mi sono divertita pure io, dai pigiama party del liceo alle varie forme geometriche dell’amore triangoli compresi (avete tre secondi per scandalizzarvi, 1 – 2 – 3 ..ok din don, sono passati.)

Ci sono tanti tipi di relazioni, non tutte sono profonde, non tutte durature, rapporti occasionali, certo, qualcosa di meno di “tutta la vita” e qualcosa di più di “mi scusi quel posto è libero?”.

Ma tutto questo è prima, prima di essere “insieme”.

Stare insieme, essere una coppia, vivere insieme. Non è facile, figuriamoci, è un bagno di sangue. Una fatica, il “vai al diavolo” è sulla punta della lingua almeno una volta al giorno, tra il buon giorno amore e la porti già tu la spazzatura. Vivere insieme è una giostra, essere genitori un Luna Park senza dotazioni di sicurezza.

Ma lui, è l’uomo che gioca nella tua squadra, quello che lava i piatti dopo che tu hai cucinato, quello che fa ridere vostro figlio giocando, quando finalmente ti fai una doccia a fine giornata, quello che ti stringeva la mano in sala parto quando non eri che l’ombra di te stessa e non ha smesso di stringertela neanche dopo.

E no, non sarete sempre gli stessi, e non vi amerete sempre allo stesso modo. Le stagioni cambiano, le abitudini si modificano, persino le cellule del nostro corpo muoiono e si rinnovano, nessuno di noi è lo stesso dieci anni dopo, e aspettarsi lo stesso tipo di amore, è sbagliato.

Non saremo più quelli che mangiavano fragole e cioccolata sul divano, forse saremo quelli che si addormentano prima di fare l’amore su quello stesso divano per troppa stanchezza, ma saremo quelli che sanno tutto l’uno dell’altra, che sanno riconoscersi anche solo dall’odore, al buio.

Forse, dovremmo affrontare l’amore come la vecchiaia, sapere che ci saranno le rughe, che ci faranno male le ossa, che non scaleremo più le montagne, ma sapremo camminare piano, godendo di ogni sfumatura, assaporando ogni passo, avremo perso la fretta e trovato la consapevolezza.

Sapere che ci saranno panchine tra le foglie in autunno, e mani nodose che sistemeranno le foto di tutta la famiglia, sulla mensola accanto ai fiori.

L’amore per tutta la vita, l’amore di quando si sta “insieme” è un eterno cambiamento, e come diceva un tipo che ammiro molto (Buddha) “ Il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è ”.

 

 

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