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#Ecisonodentrocontuttelescarpe..

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Ho ancora in mente, nitida e chiara, l’immagine di me seduta sullo scalino di ingresso di un cottage irlandese, con i jeans infilati dentro un paio di galosce verdi, leggermente sprofondate nel terreno umido dopo la pioggia estiva.

Tra le mani un bicchiere di Whiskey doppio malto, in compagnia di in vecchio gatto e di uno splendido esemplare di bovaro del bernese.

Poi sono diventata mamma.

Non è stato per caso ma non lo avevo certo pianificato a lungo, non avevo immagini precise di me mamma, ho improvvisato, ho fatto del mio meglio e tutto sommato ha funzionato, per un po’.

Poi sono diventata la mamma di un bambino in piena fase “oppositiva” così la chiamano su quei libri che prima avrei usato al massimo per tenere pari il Decanter e che ora leggo avidamente come un buon Cristiano la Bibbia cercando aiuto nella parola del Messia.

Sapete già come va a finire vero?

Aiutati che Dio ti aiuta ovvero arrangiati.

I famigerati Terrible Two che avrei scommesso la cifra poco consistente sul mio conto in banca non mi avrebbero mai riguardato, lontani da me come le ansie delle vecchiette al circolo prima del torneo di Ramino, mi hanno investita come un’onda anomala.

Non ero preparata.

Quello stesso bambino che ha squarciato le mie certezze e il mio cuore con i suoi sorrisi, in quegli stessi squarci ora infila gli artigli.

Piccole, infinite, snervanti lotte per ogni piccola semplice cosa, sguardi di sfida, calci, fughe, urla, lacrime, compromessi, promesse.

Giornate in cui penso che non ce la faccio, non fa per me, in cui torno a lustrare quel ricordo di me lontana da tutto.

Ore di domande, sensi di colpa, geniali fottute intuizioni che puntualmente si rilevano inutili, dolci schiarite prima di un nuovo temporale.

Lo so che ci siete passati tutti o quasi, che ci sono fiumi di carta stampata sull’argomento, blog, forum a tema, circoli di sostegno al genitore e il buon vecchio costoso psicanalista.

Ma tanto quando succede a te, è sempre la prima volta.

E allora anche i consigli sono inutili perché ogni storia è diversa, come diceva lo Stregatto ad Alice, tutte le direzioni sono giuste se non sai dove vuoi andare.

E poi stasera prima di addormentarti mi hai detto: Mamma vieni quí vicino a me, mi prendi? Hai voluto che ti raccontassi ancora di quando eri piccolo come un chicco di riso e la tua casa era la mia pancia, mi hai toccato l’ombelico dicendo che quella era la porta.

Poi ti sei arrampicato addosso come un naufrago su uno scoglio, aggrappato forte per sentirti al sicuro nel mare tempestoso del tuo cambiamento e ho capito che anche tu avevi paura.

Allora ti ho stretto forte, ti ho accarezzato i capelli e ho pensato che in fondo ho sempre amato l’avventura, scrivere, sognare. Ho pensato ad una frase che ho citato tante volte senza capirne a fondo il significato: il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è.

E poi ho capito che voglio tenere il timone di questa barca e arrivare in un nuovo porto, senza aspettarmi nulla se non il viaggio che ci aspetta, insieme…

 

 

 

 

 

 

Punto di rottura

 

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Da qualche parte, in qualche articolo/guida/vademecum del blogger che “monetizza” , ho letto che si dovrebbe scrivere o quantomeno “postare” (termine che da solo varrebbe una scomunica) i propri articoli sul blog negli orari statisticamente migliori, in cui c’è maggiore traffico, utenza e bla bla bla.

Detto ciò siccome io non scrivo il mio blog per guadagnare dei soldi ma potrei guadagnare se ci fossero in giro abbastanza  svitati/e da apprezzare quello che scrivo e gli svitati non hanno orari predefiniti, a conti fatti, me ne sbatto e scrivo e posto quando ne sento la necessità, quando ho un rospo in gola e da qualche parte lo devo sputare, spostatevi che arriva.

Ho sempre avuto la convinzione o quantomeno da quando sono mamma che passare il più tempo possibile col proprio figlio, specialmente se non si ha un lavoro fisso, sia la cosa migliore e così ho fatto, da due anni a questa parte.

Ho evitato di farmi troppe domande sul rapporto quantità/qualità e ho cercato di riempire la quantità di qualità, ho consumato ogni fibra dei miei muscoli  e neurone del mio cervello per essere attiva con lui sia fisicamente che mentalmente.

Ho smesso tutto il resto.

Quando sognavo di fare la “scrittrice” di professione, fantasticavo sui libri di Stephen King, quelli in cui gli scrittori sono sempre sfuggenti, solitari e hanno una casa sul lago o in riva al mare o un rifugio nascosto nel bosco in cui ritirarsi in compagnia soltanto dei propri personaggi e di tanto caffè, qualche volta anche di una scorta di buste di zuppa liofilizzata.

Io che non sono ancora una “scrittrice di professione” e la parola “solitudine” ora come ora dovrei cercarla sul vocabolario, non ho una casa sul lago, una palafitta sulla spiaggia e nemmeno una scrivania, scrivo dove capita, quando capita, se capita.

Pensavo che mi bastasse, che bastasse, mi sbagliavo.

Mi sono resa improvvisamente conto che non passare ogni minuto del mio tempo con mio figlio, non significa essere una cattiva madre, che anche le madri che non hanno un lavoro fisso possono avere bisogno di tempo per loro se stesse o per gestire altri impegni.

Non mi sono mai permessa di dire apertamente ad altre madri quello che pensavo sulle loro scelte, totalmente diverse dalle mie, non lo trovavo e non lo trovo giusto, ma dentro di me facevo le mie considerazioni.

Eppure ogni mamma è diversa, ogni figlio è diverso, e anche quelle coppie di madri e figli non le stesse man mano che il tempo cambia e le esigenze cambiano.

La verità è che per quanto si lavori o no, per quando ci si sforzi di dare il massimo anche in poco tempo, per quante domande ci facciamo o libri leggiamo, loro, i nostri figli non ne avrebbero mai abbastanza.

Mai abbastanza del gioco, delle gite, mai abbastanza sonno per dormire all’ora giusta o abbastanza pazienza per ascoltarci quando spieghiamo loro perché una cosa non la possono fare.

Qualche volta sembrano nati per consumarci, per sfidarci, per metterci alla prova, per cercare involontariamente il nostro “punto di rottura”.

Fanno i capricci, se li vedi solo la sera perché li vedi solo la sera, se stai tutto il giorno con loro perché stai tutto il giorno con loro e magari cominciano a dare tutto per scontato e dopo 18 ore trascorse occupandoti solo di loro ti preferiscono i venti minuti passati con la nonna o col padre.

Ho capito che i terrible two arrivano lo stesso, sia che tu costruisca un circo nella loro cameretta ( io ci sono andata vicina) sia che tu li vada a prendere al nido alle 16 il pomeriggio.

Crescono, cambiano, imparano, si arrabbiano, dormono o no, mangiano o no e la verità è che non dipende tutto da te e pensare che sia così ti  farà star male, quando hai una cosa sola da pensare succede che alla fine ogni aspetto di essa si ingigantisce e non sai più essere obiettiva e non sai più lasciar correre e finisci per sentirti in colpa per tutto.

Così alla fine, a quanto pare, anche io entrerò nel mondo delle mamme che ogni tanto non stanno col loro bambino, riprenderò in mano un pezzettino del mio tempo, proverò a trasformarlo in valore e a costruire uno spazio che sia per me e per i miei sogni perché di certo lui lo farà, un giorno e anche se io sarò sempre la sua mamma, non potrò essere più soltanto questo e bisogna sapere quanto vale la libertà, per saperla concedere.

 

Outing di stagione

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Ok va bene, faccio outing o outlet che tanto è stagione di saldi, ammenda, confessione, torno sui miei passi e quant’altro.

Amo l’inverno ,la neve, il cielo color del latte, le giornate corte, le coperte calde, i camini accesi, i paesi del Nord, la luce spezzata e polverosa dei pub e dei ristori di fortuna quando fuori piove di lato, quella pioggia fatta di farfalle trasparenti che riflettono i colori mentre cadono.

Amo gli stivali e le sciarpe e i cappelli col pon pon… amerò sempre tutto questo, sono nata in un giorno di fine Gennaio con i fiocchi bianchi nell’aria in un paese che non è abituato alla neve.

Eppure si lo ammetto, lo voglio ammettere, come una che dice di non amare i carboidrati e poi la beccano con la testa infilata nella pizza fino all’attaccatura delle extension.

L’inverno quando hai un bambino piccolo e non vivi in un paese nordico superattrezzato, non è questa gran figata..

Squillo di trombe per tutti i miei amici e followers che aspettavano questa mia dichiarazione ufficiale. Insomma, il figliolo mi si ammala spesso, prepararlo per uscire richiede un tempo di vestizione stile nobildonne del medioevo con due schiave al seguito e a partire dal corpetto, una menata infinita. Quando la fatica è terminata inizia quella di infilarlo nel passeggino o nel seggiolino della macchina e dover allargare e allungare tutte le cinture contenitive perché il figliolo è lievitato di 10 cm di lana su tutta la circonferenza.

Se capita di dovergli cambiare il pannolino a giro, cosa già di per se poco piacevole, sai già che dovrai prima disfare la mummia di Tutankhamon o arrivare fino all’ultimo involucro della Matrioska, insomma paura e delirio.

E poi ci sono i pomeriggi uggiosi in cui non sai dove andare a sbattere la testa quando hai finito i muri di casa tua, non sono molti gli spazi al coperto attrezzati, le ludoteche comunali sono gremite di altri bambini e di microbi, gratis come l’ingresso.

I centri commerciali sono il sesto girone dell’inferno con un duenne in piena fase creativa, le giornate sono corte in quanto a luce ma non finiscono mai se si tratta della sua energia interna, se potessi raccoglierla con un pannello apposito come si fa con quella solare potrei risparmiare sulle bolletta di casa.

I raffreddori sono perenni, i parchi infangati e la fantasia spesso scarseggia.

Insomma si, almeno per adesso, in attesa che abbia l’età giusta per venire in giro con me a bere tè in attesa che apra il museo della scienza o a mangiare la pizza prima dell’ultimo cartone della Disney al cinema, l’inverno resta una stagione genitorialmente difficile.

 

 

Demandare e non rimandare..

 

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Si lo so, è un po’ che non scrivo.

Ma sono giustificata, volete vedere il certificato medico?? Dice che soffro nell’ordine di queste gravi patologie e in modo grave:

  1. Ansia da Perfezione
  2. Sindrome delle 4 mura
  3. Incapacità di demandare

Ecco come avete capito, sono molto malata. Sono una mamma e a volte dimentico di non essere “solo una mamma“, sono sempre stata fissata con la perfezione, pignola in maniera fastidiosa, soprattutto con me stessa. Così non posso scrivere un post sul mio blog se non ho l’idea perfetta, la foto perfetta, la chiosa perfetta, la lunghezza del post perfetta, almeno secondo il mio punto di vista, il che ovviamente rende tutto assolutamente relativo. Ma la perfezione non è di questo mondo, lo è talvolta forse, in un viso bellissimo, in un tramonto struggente, in un sapore dolce, in un suono commovente, attimi di perfezione fuggevole e per lo più casuali, non cercati, non risultanti dalla fatica eccessiva di alcuno. Soprattutto la perfezione non può essere delle mamme, se ne vedete alcune che vi sembrano perfette o lo sembrano soltanto o qualcosa davvero non va. Ma io questo per ora ve lo scrivo soltanto, lo scrivo a voi che magari non avete neanche voglia di ascoltarlo e sono ancora lontanissima dall’averlo capito.

Poi c’è la mia voglia di stare fuori, la mia claustrofobia latente che mi spinge a godere di ogni attimo all’esterno delle mie amate/odiate 4 mura. Esco con figliolo al seguito praticamente con qualsiasi condizione meteo, eccetto Tzunami e trombe d’aria perché ancora non ne abbiamo avuto l’occasione. Entrambi amiamo girovagare, respirare, guardare, aggeggiare con la natura, sentirci liberi e cittadini del mondo e ovviamente questo mi porta a passare molte ore lontano dal PC e dalla possibilità di mettere nero su bianco tutto quello che ho provato, scoperto, pensato.

E infine, la terza patologia è quella maggiormente responsabile della mia lentezza nel postare o nello scrivere libri o nel dedicare tempo a tutto quello che riguarda la mia vita da “scrittrice“, la mia vita sociale e quello che a piccoli faticosi passi sta diventando un lavoro.

Voglio fare sempre tutto io. Mi lamento ma voglio farlo lo stesso, mi sfinisco, mi consumo, mi arrovello ma non riesco a “demandare“, non riesco ad avere fiducia, non riesco ad accettare che qualcun altro si occupi ogni tanto della mia casa, di mio figlio e magari si.. anche di me.

Così rimando, rimando tutto quello che riguarda i miei spazi, il mio lavoro di scrittrice e anche la mia salute, penso sempre che per questo o quello ci sarà tempo e invece il tempo passa, corre, fischia come un treno ad alta velocità e io resto alla stazione, a mettere in ordine, a fare liste, ad occuparmi di tuto e tutti, a rifutare le mani tese per aiutarmi.

Stamattina sono stata in ospedale, niente di grave state sereni, solo una visitina per una piccola operazione anche questa decisa dopo tanti ripensamenti e dopo tanti “ma si poi lo faccio adesso non posso”. Ho dovuto affidarmi a qualcuno per occuparsi del mio bambino per quelle poche ore e sono stata in ansia tutto il tempo, immotivatamente. Tutto il tempo a pensare a cosa stesse facendo, se avesse bisogno di me, a quando avrei sistemato le cose che avevo lasciato da fare, ad annotare mentalmente quelle da gestire per il giorno dell’operazione. Sono riuscita ad angustiarmi tanto da farmi salire la pressione, una cosa veramente stupida e il peggio è che ne sono consapevole.

E mentre ero li presa dai miei lambiccamenti, senza volerlo mi sono trovata ad osservare una coppia seduta a qualche metro da me, una mamma anziana e suo figlio.

Lei non era solo anziana, non era solo la sua età evidente a darle quell’aria dimessa, era di quelle persone con cui la vita non è stata buona, quelle a cui la vita ha messo due piedi in testa e si è divertita a saltarci sopra, quelle che hanno avuto pochi raggi di sole e troppi giorni di pioggia e quella pioggia alla fine gli è rimasta dentro.

Il figlio avrà avuto la mia età, anche se era difficile esserne certi, aveva qualcosa di sbagliato, di lento. Era vestito per bene, si capiva che nonostante le spalle curve e gli occhi appannati, quelle mani stanche lo avevano sistemato con cura, scegliendo per lui le cose migliori, i colori pastello, i capelli pettinati di lato.

Eppure lui era  assente, come un manichino. Lei gli parlava e lui provava a dire qualcosa, biascicando pian piano, perdendo le parole. Non so quale fosse il suo male, ma so che era qualcosa da cui non si guarisce, qualcosa che non si opera, qualcosa che resta mentre lei invece, non sarebbe restata, non per molto ancora.

L’ho vista schiacciare a fatica i tasti di un telefonino troppo piccolo, con le dita nodose e telefonare a qualcuno, qualcuno a cui chiedeva quando sarebbe costato occuparsi di suo figlio per qualche giorno, perché le non aveva nessuno e doveva operarsi alle gambe.

L’ho sentita spiegare al suo bambino di pezza che sarebbe stata via e che lui doveva fare il bravo e stare a casa, che sarebbe venuti a fargli compagnia.

Mi si è rotto il cuore, mi sono sentita una maledetta idiota. Mi sono sentita ingrata verso tutti quelli mi hanno offerto il loro aiuto e quelli da cui non ho saputo accettarlo.

Mi sono sentita triste e fortunata insieme, ho capito che demandare a volte non è una scelta ma può essere una scelta a volte.

 

 

 

 

 

E poi all’improvviso, ho perso la mia rabbia.

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Ad un certo un punto della storia Alice dice: Ho perso la mia moltezza, vero?

Io invece ho perso la mia rabbia. Non so bene quando sia successo, è stato all’improvviso un po’ come succede coi neonati quando da un momento all’altro ci vedono e so che chi ha bambini mi capirà.

Per un po’ di tempo il mondo gli appare come le foto con l’effetto t-shift di Instagram, sfocato. Poi un bel giorno passano alla versione #nofilter e arriva l’attimo in cui “vedono“, ti volti e lui/lei/loro ti stanno “guardando” con quell’espressione che dice: “Ah sei tu, eccoti qui” e da quel momento sai che qualsiasi cazzata farai, loro sapranno che sarai stato proprio tu a farla. Ed è così che accade, non ci sono avvisi o campanelli d’allarme, semplicemente accade. Stessa cosa per la mia capacità di arrabbiarmi, fino a pochi giorni fa ero capace di imbufalirmi ( e immaginate il bufalo quando sta caricare e fuma dal naso) per le cose più idiote o comuni nella vita di ogni giorno, capace di rimuginare per ore su qualcosa che era andato storto, di portarmi la rabbia in tasca come un sasso anche quando non  ricordavo più dove lo avessi raccolto quel sasso.

La vita spesso fa incazzare e io mi incazzavo, facilmente, semplicemente, stupidamente.

Poi, qualche sera fa è successa una cosa, una di quelle che a confronto il generale Massimo ne “Il Gladiatore” che urla ai suoi ” Scatenate l’Inferno” , mi faceva una pippa.

La tavola pronta apparecchiata per la cena, il figliolo lavato, imbavagliato e pronto nel suo seggiolone, il suo piattino amorevolmente composto con le verdurine al vapore, la carne grigliata e i ceci, tutto suddiviso nel piatto come un quadro dell’Arcimboldo , mi giro per prendere la sua forchettina, sento un colpo secco, il piattino da galleria d’arte vola in terra, sul pavimento lavato che profuma ancora di limone, cibo sparso ovunque, il gatto che scappa verso la porta finestra già consapevole che non gli basteranno le sue sette vite.

Ecco per una cosa del genere sarei esplosa come una bomba atomica, avrei ribaltato il palazzo dalle fondamenta e sicuramente appeso il gatto all’albero di Natale dopo averlo legato con le lucine a forma di pigna.

E invece, nulla.

La rabbia non è arrivata, sparita, perduta, svanita. Ho sistemato tutto, sgridato l’essere peloso senza troppa convinzione, rifatto il piatto al pargolo e abbiamo cenato.

Non ho cercato di contenermi, sarebbe stato inutile e avrei rischiato l’implosione o l’autocombustione, non ho fatto nessuno sforzo, ho solo evitato l’evitabile ed è stata una sorpresa.

Da qualche tempo Ruben ha preso a interessarsi ad una foto che ha fatto Leo durante il nostro viaggio in Ladakh, una foto del Buddha, bellissima, sembra un quadro.

Io gli ho spiegato chi è, lui mi dice “Mamma sorride” ed è vero. Allora io gli dico che è tranquillo, lui mette le manine una accanto all’altra e canta OMMM!

Mi fa morire dal ridere e quando fa le bizze spesso gli dico fare come Buddha, di essere tranquillo e lui spesso si calma.

Non lo so se è colpa di Buddha, del fatto che arrabbiarsi fa male e non risolve le cose o se a forza di dirlo a mio figlio ho imparato anche io qualcosa, ad ogni modo per adesso, mi godo questo stato di grazia.

Ho perso la mia rabbia e trovato la mia moltezza.

 

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I capricci son finti, se non lo sai, sallo!

 

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Qualche giorno fa, sul beneamato web, mi sono imbattuta nel solito articolo illuminante che vorrebbe spiegare a me in quanto genitore, che i capricci “non esistono”, un po’ come i fantasmi, può capitare che qualcuno li veda, ma ovviamente, non esistono.

Esistevano una volta, quando noi, io, te e anche tu nell’angolo che sbirci nel mio blog, eravamo bambini. Allora si, i genitori potevano sgridare i propri figli, dare delle regole, insegnare a stare in società, a capire quali fossero i propri limiti e i propri spazi, esisteva anche il famoso “ceffone terapeutico” o la “ciabatta educativa”, scommetto che qualcuno ne ha schivate parecchie lanciate dalla madre. Eppure guarda, siamo ancora vivi, strano ma vero. Siamo qui, io a scrivere il mio post e voi a leggerlo, miracolo della fisica. Oggi invece, i capricci son finiti, i bambini vanno capiti, lasciati fare, non sono “bizze” le loro, sono crisi esistenziali, certo, si sono innervositi mentre riflettevano sui massimi sistemi dell’universo e questo li ha condotti a buttarsi per terra, a urlare senza apparente motivo, a richiamare la vostra attenzione con forza senza concedervi un nano secondo per finire di fare la spesa o di dire una cosa al telefono. Ma sappiatelo, non sono mai e poi mai capricci, sono “richieste di vero amore” le loro, la colpa è vostra perché non gliene date abbastanza e sempre perché lo sappiate, non dovete alzare la voce che si spaventano e non dovete dare pacche sul sedere che si traumatizzano, dovete sedervi al tavolo di un bar di fronte una cioccolata calda e fare un tema sull’ansia al quale il vostro pediatra poi darà un voto. Non importa se il bambino in questione ha 5 anni o magari pure 6, se è lo stesso bambino perfettamente in grado di decidere quali scarpe di vuole comprare e cosa vuole o non vuole mangiare, in grado di usare il vostro smartphone meglio di voi e di registrarsi un cartone animato su SKY, la sua capacità intellettiva viene improvvisamente meno quando qualcosa lo turba nel profondo del cuore, e quindi non si può ricorrere alla sgridata perché lui poverino non capisce, soffre per la tragedia della fame nel mondo e quindi vi smonta la casa o si rifiuta di venire via dal parco, ma non è un capriccio, non sia mai! E’ come quando un’omicida viene graziato perché era incapace di intendere e di volere, è giustificato.

Poi, quando andrà a scuola e prenderà dei brutti voti o magari qualche nota in condotta, siate pronti a difenderlo sempre, perché sicuramente ha cattivi insegnanti, incapaci di trovare il giusto metodo educativo per lui e che sono noiosi quando fanno lezione, quindi è normale che vostro figlio/a prenda il banco a randellate o scriva sui muri dei corridoi, qualcosa deve pur fare no? E poi quando sarà un baldo adolescente e non farà sedere anziani e donne incinta sui mezzi pubblici, non sarà certo perché è maleducato, figuriamoci, è solo stanco perché a scuola lo sfiniscono povera anima.

Insomma magari ogni tanto facciamocele due domande, invece di berci tutte le cazzate pedagogiche con cui ci inondano ogni giorno, magari ogni tanto diciamo ai nostri figli che al ristorante si sta seduti e non si corre come animali sotto i tavoli di tutti gli altri clienti, perché non viviamo in una jungla, magari ogni tanto allunghiamola una mano su quei santi sederi quando abbiamo l’impressione che forse i capricci non siano finiti ma abbiano solo cambiato nome, perché la moda si sa è sempre diversa.

Sono abbastanza sicura che nessun bambino morirà per questo e chissà magari questa società potrebbe anche beneficiare di individui che abbiano imparato ad avere un millimetro in meno di libertà e uno in più di rispetto, perché “La libertà un individuo, finisce dove comincia quella di un altro.”

 

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Madri per procura, Padri per amore.

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Oggi ci andrò giù dura e se vi va bene mi fa piacere, altrimenti la porta di uscita la conoscete, levatevi dai piedi. Piove, ho sempre trovato la pioggia confortante, un momento di pausa obbligata, di tempo per riflettere, una volta la pioggia erano libri, candele, impacco ristrutturante ai capelli, pensieri da scrivere, la pioggia erano il cinema e la pizza con gli amici e poi finire la serata a casa di qualcuno parlando fino a tardi, era la coda fuori da un locale in Versilia con gli ombrelli e la sigaretta accesa.

Oggi la pioggia significa ore e ore di sessioni di gioco casalingo con Ruben, tentando di impegnarlo sempre con qualcosa di nuovo e nel frattempo mettere insieme la cena e tante altre cose. Ma Dio santo, è mio figlio, e il tempo con lui per quanto mi stanchi, è quello meglio speso della mia vita fino ad adesso. Come ho detto a mia madre che vive lontano da me, qualche giorno fa: “se volevo riposarmi non facevo un figlio”. Facciamo quasi tutto insieme, io e lui, mi stanca ma impara, è sveglio e indipendente, molto più di tanti altri bambini della sua età. Non penso mai che sia troppo piccolo per spiegargli qualcosa, non penso mai che vorrei che quella fatica la facesse qualcun altro, come  invece vorrebbero molte di quelle che io definisco “Madri per procura”, quelle del “faccio un figlio perché completa il mio colorato cerchio dell’ammmmore” e poi a crescerlo e spiegargli le cose speriamo che ci pensi qualcun altro.

Ho sentito frasi  ( qui chiamo in aiuto Rutger Hauer ) e “ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare”. Giovani mamme che mandano i figli al nido col cordone ombelicale ancora attaccato perché sai “a stare a casa tutto il giorno con lui/lei uscivo proprio di testa”, e che non sfruttano nemmeno il periodo di maternità concessa pur di tornare al lavoro e riprendersi la propria routine.

 Madri come D ( in caso tu leggessi il mio blog e ti riconoscessi e avessi qualcosa da ridire, sai dove abito, vieni pure che ti aspetto) che vive di fronte a me ed ha un bambino di appena un mese più piccolo del mio. D lavora in banca a due passi da casa, e diciamolo apertamente in banca il più delle volte ti gratti e ti smalti le unghie, lo so per esperienza diretta ( ci ho lavorato per anni).  Il suo bambino non parla, va bene che ognuno ha i suoi tempi, ma di bambini di 20 mesi che non dicono almeno la parola “mamma” io non ne conosco. Lui però è giustificato a non dire mamma perché in effetti non ne ha una. Lui vive dalla nonna paterna, che abita nello stesso porticato. D prende solo mezz’ora di pausa pranzo, e va mangiare dalla suocera, così non sporca nemmeno il piatto e  l’acconciatura a coda di cavallo le resta bella lucida e tesa. Prende solo mezz’ora di pausa per poter uscire alle 16:00, avete capito bene, alle 16:00 il suo sfibrante lavoro di impiegata bancaria di una filiale con tre impiegati, finisce. Ma lei non va a prendere suo figlio, ci mancherebbe, va a correre o in bicicletta ( a Natale le regalo un seggiolino per il figlio così magari scopre che lo può anche portare a far un giro qualche volta) e adesso si è pure iscritta in piscina che in inverno l’acqua calda fa bene al cervello ( non al suo in ogni caso).

Il figlio fa il suo pisolino pomeridiano dalla suocera, cena dalla suocera che tanto ormai è li non facciamolo spostare per nulla e D lo ritira solo all’ora di metterlo a letto per la notte. La scorsa estate quando il bambino aveva difficoltà ad addormentarsi era il padre a spingere il passeggino per un’ora sotto il mio terrazzo finché non crollava. D era a spalmarsi il doposole che andando in bicicletta ad Agosto alle 16:00 la pelle ne risente. Poi nel fine settimana D deve fare le pulizie di casa, anche se francamente non ho ancora capito chi la sporca, anche perché farle gli altri giorni invece di prepararsi per la prossima maratona di NY a cosa servirebbe? Ad avere almeno il sabato e la domenica per stare col figliolo? No tanto il sabato ci pensa il padre a portarlo la mattina in ludoteca e il pomeriggio in piscina dove lavora lui. Vi fa schifo? No? A me si. Io suo figlio lo vedo più di lei, gioca con il mio ed è spesso triste, strano, pauroso, disorientato.

Pensate che D sia un caso raro? No, ne conosco tantissime come lei. Io sono quella che figli non ne voleva, perché pur non sapendone niente, sapevo che erano una fatica. E quando mi dicevano che se tutti avessero pensato come me ci saremmo estinti, rispondevo che tutto sommato guardando come vanno le cose non sarebbe stata poi una grande perdita. Pensavo che i figli li avrebbero fatti le altre, magari quelle come D sempre perfettine, che a 8 anni avevano già fatto il tema sulla famiglia ideale e il magico cerchio dell’ammmmore. Ecco oggi penso che tutto sommato è meglio che lo abbia fatto io almeno un figlio. Io che non so nulla ma vivo di lui, io che sbaglio ogni giorno ma non direi mai “meno male che ad insegnargli a mangiare e a bere nel bicchiere ci hanno pensato al nido, sai che palle stare ogni giorno impazzire per farlo/a imparare.” Io che mi commuovo quando vedo più padri che madri occuparsi dei propri figli.

Padri come X, che abita un isolato dopo il mio e che incontro quasi ogni giorno, ha una bambina di circa due anni e la porta dappertutto, X  che a vederlo da solo senza di lei sembra uno a cui non daresti due spiccioli, ha i capelli lunghi, un aspetto scombinato, ma un sorriso fatto di sole. Ho visto X correre col passeggino tra i getti della fontana in estate solo per farla ridere, l’ho visto tenerla in collo mentre faceva la spesa, l’ho visto giocare a palla con lei nella grande piazza e una volta che abbiamo scambiato due chiacchere mi sono accorta che gli aveva messo le scarpine al contrario, abbiamo riso, gliele ha subito messe apposto, con infinito amore, le ha dato la merenda e mi sono chiesta quanto potesse essere difficile a volte per lui, gestire una bambina piccola, da solo, ma non importa, se per una volta ha sbagliato la destra con la sinistra, se la bambina aveva qualche briciola tra i capelli, o i pantaloni sporchi di fango, è la bambina più allegra, sveglia e felice di tutto il quartiere.

Perché questo è fare la mamma o il papà, stancarsi, sbagliare, dimenticarsi di tutto ma vivere per un loro sorriso. Tornare di corsa dal lavoro per poter stare con loro, fare fatica a lasciarli a qualcuno quando dobbiamo o quando abbiamo bisogno di ritagliarci un piccolo momento per noi, pur sapendo che non c’è nulla di male, ma sentendo sempre la loro mancanza.

Io non sono nessuno e non ho nulla da insegnare ma credo che ci siano troppe madri per procura e poche per amore. Troppe D e pochi X.

 

 

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