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Ex bancaria atipica, scrittrice di favole, una mamma fuori dal tempo, fuori dai cliché e anche un po fuori di testa!

#Ecisonodentrocontuttelescarpe..

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Ho ancora in mente, nitida e chiara, l’immagine di me seduta sullo scalino di ingresso di un cottage irlandese, con i jeans infilati dentro un paio di galosce verdi, leggermente sprofondate nel terreno umido dopo la pioggia estiva.

Tra le mani un bicchiere di Whiskey doppio malto, in compagnia di in vecchio gatto e di uno splendido esemplare di bovaro del bernese.

Poi sono diventata mamma.

Non è stato per caso ma non lo avevo certo pianificato a lungo, non avevo immagini precise di me mamma, ho improvvisato, ho fatto del mio meglio e tutto sommato ha funzionato, per un po’.

Poi sono diventata la mamma di un bambino in piena fase “oppositiva” così la chiamano su quei libri che prima avrei usato al massimo per tenere pari il Decanter e che ora leggo avidamente come un buon Cristiano la Bibbia cercando aiuto nella parola del Messia.

Sapete già come va a finire vero?

Aiutati che Dio ti aiuta ovvero arrangiati.

I famigerati Terrible Two che avrei scommesso la cifra poco consistente sul mio conto in banca non mi avrebbero mai riguardato, lontani da me come le ansie delle vecchiette al circolo prima del torneo di Ramino, mi hanno investita come un’onda anomala.

Non ero preparata.

Quello stesso bambino che ha squarciato le mie certezze e il mio cuore con i suoi sorrisi, in quegli stessi squarci ora infila gli artigli.

Piccole, infinite, snervanti lotte per ogni piccola semplice cosa, sguardi di sfida, calci, fughe, urla, lacrime, compromessi, promesse.

Giornate in cui penso che non ce la faccio, non fa per me, in cui torno a lustrare quel ricordo di me lontana da tutto.

Ore di domande, sensi di colpa, geniali fottute intuizioni che puntualmente si rilevano inutili, dolci schiarite prima di un nuovo temporale.

Lo so che ci siete passati tutti o quasi, che ci sono fiumi di carta stampata sull’argomento, blog, forum a tema, circoli di sostegno al genitore e il buon vecchio costoso psicanalista.

Ma tanto quando succede a te, è sempre la prima volta.

E allora anche i consigli sono inutili perché ogni storia è diversa, come diceva lo Stregatto ad Alice, tutte le direzioni sono giuste se non sai dove vuoi andare.

E poi stasera prima di addormentarti mi hai detto: Mamma vieni quí vicino a me, mi prendi? Hai voluto che ti raccontassi ancora di quando eri piccolo come un chicco di riso e la tua casa era la mia pancia, mi hai toccato l’ombelico dicendo che quella era la porta.

Poi ti sei arrampicato addosso come un naufrago su uno scoglio, aggrappato forte per sentirti al sicuro nel mare tempestoso del tuo cambiamento e ho capito che anche tu avevi paura.

Allora ti ho stretto forte, ti ho accarezzato i capelli e ho pensato che in fondo ho sempre amato l’avventura, scrivere, sognare. Ho pensato ad una frase che ho citato tante volte senza capirne a fondo il significato: il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è.

E poi ho capito che voglio tenere il timone di questa barca e arrivare in un nuovo porto, senza aspettarmi nulla se non il viaggio che ci aspetta, insieme…

 

 

 

 

 

 

La felicità non è un attimo, è nell’attimo…

 

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Questa mattina, in un’assolata e caldissima Firenze, siamo tornati al parco. Alle cascine, il nostro parco, il parco che mi appartiene ormai almeno un po’, ma io appartengo a quel luogo? Non lo so.. e mentre me lo domandavo siamo arrivati al laghetto, quello dove andiamo almeno una volta a settimana da due anni, esattamente i due anni da quando abitiamo a Firenze.

Mi sono fermata così, a qualche passo dalla ringhiera che delimita il perimetro dell’acqua e mi sono accorta che i fiori che avevo visto piantare, quei semini nella terra rivoltata che erano soltanto un progetto di fiori futuri, ora erano li, sbocciati e bellissimi. Mi sono accorta che le tartarughe che avevo visto piccolissime nuotare a pelo d’acqua erano diventate grandi e rotonde e prendevano il sole sul bordo con le zampette distese. Mi sono guardata intorno e ho sentito qualcosa, una specie di amore, una specie di “gratitudine”. Mi sono accorta di quante volte ho desiderato indossare le vite degli altri, come se fossero indumenti diversi da provare per scoprire come mi stavano addosso, quante volte ho desiderato essere altrove senza sapere precisamente dove.

Ho ringraziato nel cuore mio figlio di avermi insegnato ad attendere, a sentirmi parte di questa vita che cambia e ci porta con sé. Ho capito perché lui come tanti bambini riesce ad essere “felice con poco” come diciamo noi adulti. Ho osservato con quanta assoluta “attenzione” e “intenzione” fa ogni piccola cosa.. mentre io, mentre noi, siamo spesso distratti, spezzati e dispersi in un caleidoscopio di emozioni, ricordi, pensieri.

Siamo assenti da noi stessi e dall’attimo in cui viviamo. Lui quando gioca, quando cerca i pinoli da mettere nella sua bottiglietta, ha solo quella missione in mente, è concentrato, presente, assorto e tutto il suo mondo si ferma in quell’unica importantissima operazione, non importa che io gli dica, andiamo, facciamo, sbrigati, lo farai dopo… non può capirmi. Per lui non c’è un dopo, un dovere alternativo, un pensiero di quel che accadrà, non concepisce di poter posticipare la sua gioia, quella gioia è li, presente, è quella cosa, non è un attimo ma è esattamente in quell’attimo.

 

La gente dice che “c’è tempo”.

 

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Avete presente quando volete fare qualcosa o volete farla provare a vostro figlio e qualcuno dice “Eh va beh ma aspetta tanto c’è tempo“.

Ecco io questo concetto del  “c’è tempo” non l’ho mai capito, forse mi sfugge qualcosa o forse sono io che sono gnucca e non ci arrivo. Magari queste persone hanno fatto un patto con quel signore lassù con la barba bianca o con quello con la tunica arancione o con quello davanti a cui ci si inchina più volte sopra un tappeto o qualsiasi altra impersonificazione del divino li renda più appagati.

Io questo patto non ce l’ho. Forse loro hanno bevuto l’elisir della vita eterna come in quel film con Susan Sarandon e Meryl Streep “La morte ti fa bella” o hanno un quadro magico nascosto sotto il letto come Dorian Grey, io nemmeno quello, niente di niente.

Sarà per questo che non ho grandi certezze sulla quantità di tempo a nostra disposizione e sono piuttosto una fan del “carpe diem” , sono una che mangia l’uovo oggi e chissenefrega della gallina domani, intanto mi faccio l’omelette col parmigiano.

Quando parlo dei viaggi che vorrei fare e dei posti dove voglio andare col mio bambino mi sento dire “ma cosa ce lo porti a fare che poi non si ricorda, tanto c’è tempo” oppure quando ho deciso di comprare la bici col sellino e portarlo dietro con me “eh ma potevi aspettare ha solo due anni, tanto c’è tempo“.  A parte l’orticaria che mi fanno venire e la padellina di cazzi propri che vorrei consigliargli di mangiarsi per cena, continuo a chiedermi da dove gli proviene tutta questa certezza che sia meglio aspettare.

Forse mio figlio non ricorderà i nomi dei posti dove andremo o il nome della compagnia aerea con la quale voleremo ma il senso e il sapore del viaggio non hanno età, la possibilità di sentire nuovi odori, posare gli occhi su  orizzonti stranieri,scoprire colori e sapori differenti, imparare ad adattarsi, aprire la sua mente, ascoltare suoni diversi, conoscere nuove abitudini, tutto questo è un dono che non è mai troppo presto per ricevere.

E portarlo in bici con me è un modo per trasmettergli una mia passione, che spero condivida con me in futuro, ma io ci sono oggi ed è oggi che voglio farlo.

Insomma io la vita la voglio vivere non la voglio conservare, non mi fido di questo tempo che dovrebbe esserci ma di cui non sappiamo nulla e poi come dice il buon vecchio Vasco..

Oggi siamo vivi, domani chi lo sa, te le prendi te la responsabilità?”.

Cosa si dice sotto l’albero di Alice..

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Ho recentemente scoperto  l’esistenza di una ludoteca dedicata ai bambini da 0-3 anni che si chiama “L’albero di Alice” e in men che non si dica mi ci sono catapultata con il mio piccolo coniglio bianco, alla scoperta di nuove avventure e inimmaginabili scoperte e devo dire che qualcuna l’ho fatta.

·    Punto numero 1: Ho scoperto che chiamando mio figlio Ruben non sono stata poi così originale, nell’arco di un’ora abbiamo conosciuto Blu, Sole, Anais e Mela ( si avete capito bene, forse alla madre erano venute le voglie durante la gravidanza). Ovvia nella prossima vita quando sforno il prossimo cercherò di essere più creativa.

·    Punto numero 2: Credevo di essere una mamma attenta alla dieta del proprio pargolo, alla moda con gli ultimi piatti di tendenza raccomandati dai pediatri più in voga, invece mi illudevo, sono sotto la media locale. Mi è bastato ascoltare questa amena conversazione per capire quanto sono in basso nella catena alimentare.

Le protagoniste sono due X – mamme , io le chiamo così perché fanno parte della categoria “mamme mutanti“, si perché due che riescono a venire in ludoteca vestite come se fosse il ballo delle debuttanti, truccate come se fossero appena passate da Mariannoud nel giorno della prova trucco e parrucco gratis e sono capaci di parlare muovendo a tempo mani, braccia, piedino saltellante  e ciglia sfarfallanti come le nuotatrici di danza ritmica ma senza l’acqua,  non possono essere normali esseri umani, sicuramente non della mia specie ( quella dell’esco di corsa e sicuramente ho dimenticato qualcosa speriamo solo che non sia importante).

Segue conversazione:

” provo ad imitare il forte accento fiorentino senza grandi aspettative”

Mamma di Blu: Ovvia e un si sa che farle da mangiare a codesta mimmina..

Mamma di Sole: Occome mai?

Mamma di Blu: No è che il mi pediatra disce che la deve mangiare l’ova, il pesce, la carne, tutti i giorni..

” Io inorridisco in silenzio nella panchina del giardino esterno, dietro di loro”

Mamma di Sole: E un s’affronta, tutti pediatri dican la loro ma a me  un mi pare mica sano, eppoi la carne di oggi unnè mica la carne d’una volta..

Mamma di Blu: Si ma bada che la carne io la vò a comprare dal quel macellaio a  Peretola che mi balocca sempre tutto bellino e poi ogni volta per du cosine alla mimma e son cinquanteuro…

“Io che mi chiedo cosa possa comprare per spendere 50 euro solo per una bambina di 3 anni, magari qualche tipo di carne di mammut scongelato direttamente dai ghiacci dell’antartide..”

Mamma di Sole: E ma ti ripeto la carne le fa male tutti i giorni e vedrai ci son tanti alimenti ricchi di ferro al posto della carne..

“Io che visualizzo spinaci, fagioli, fave, ceci…”

Mamma di Sole: Scusa ma fagli le ostriche no?!

Mamma di Blu: E vedrai, gliele ho bellé fatte ieri!”

“Io sotto la panchina del giardino dietro di loro, morta”.

 

 

 

 

Punto di rottura

 

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Da qualche parte, in qualche articolo/guida/vademecum del blogger che “monetizza” , ho letto che si dovrebbe scrivere o quantomeno “postare” (termine che da solo varrebbe una scomunica) i propri articoli sul blog negli orari statisticamente migliori, in cui c’è maggiore traffico, utenza e bla bla bla.

Detto ciò siccome io non scrivo il mio blog per guadagnare dei soldi ma potrei guadagnare se ci fossero in giro abbastanza  svitati/e da apprezzare quello che scrivo e gli svitati non hanno orari predefiniti, a conti fatti, me ne sbatto e scrivo e posto quando ne sento la necessità, quando ho un rospo in gola e da qualche parte lo devo sputare, spostatevi che arriva.

Ho sempre avuto la convinzione o quantomeno da quando sono mamma che passare il più tempo possibile col proprio figlio, specialmente se non si ha un lavoro fisso, sia la cosa migliore e così ho fatto, da due anni a questa parte.

Ho evitato di farmi troppe domande sul rapporto quantità/qualità e ho cercato di riempire la quantità di qualità, ho consumato ogni fibra dei miei muscoli  e neurone del mio cervello per essere attiva con lui sia fisicamente che mentalmente.

Ho smesso tutto il resto.

Quando sognavo di fare la “scrittrice” di professione, fantasticavo sui libri di Stephen King, quelli in cui gli scrittori sono sempre sfuggenti, solitari e hanno una casa sul lago o in riva al mare o un rifugio nascosto nel bosco in cui ritirarsi in compagnia soltanto dei propri personaggi e di tanto caffè, qualche volta anche di una scorta di buste di zuppa liofilizzata.

Io che non sono ancora una “scrittrice di professione” e la parola “solitudine” ora come ora dovrei cercarla sul vocabolario, non ho una casa sul lago, una palafitta sulla spiaggia e nemmeno una scrivania, scrivo dove capita, quando capita, se capita.

Pensavo che mi bastasse, che bastasse, mi sbagliavo.

Mi sono resa improvvisamente conto che non passare ogni minuto del mio tempo con mio figlio, non significa essere una cattiva madre, che anche le madri che non hanno un lavoro fisso possono avere bisogno di tempo per loro se stesse o per gestire altri impegni.

Non mi sono mai permessa di dire apertamente ad altre madri quello che pensavo sulle loro scelte, totalmente diverse dalle mie, non lo trovavo e non lo trovo giusto, ma dentro di me facevo le mie considerazioni.

Eppure ogni mamma è diversa, ogni figlio è diverso, e anche quelle coppie di madri e figli non le stesse man mano che il tempo cambia e le esigenze cambiano.

La verità è che per quanto si lavori o no, per quando ci si sforzi di dare il massimo anche in poco tempo, per quante domande ci facciamo o libri leggiamo, loro, i nostri figli non ne avrebbero mai abbastanza.

Mai abbastanza del gioco, delle gite, mai abbastanza sonno per dormire all’ora giusta o abbastanza pazienza per ascoltarci quando spieghiamo loro perché una cosa non la possono fare.

Qualche volta sembrano nati per consumarci, per sfidarci, per metterci alla prova, per cercare involontariamente il nostro “punto di rottura”.

Fanno i capricci, se li vedi solo la sera perché li vedi solo la sera, se stai tutto il giorno con loro perché stai tutto il giorno con loro e magari cominciano a dare tutto per scontato e dopo 18 ore trascorse occupandoti solo di loro ti preferiscono i venti minuti passati con la nonna o col padre.

Ho capito che i terrible two arrivano lo stesso, sia che tu costruisca un circo nella loro cameretta ( io ci sono andata vicina) sia che tu li vada a prendere al nido alle 16 il pomeriggio.

Crescono, cambiano, imparano, si arrabbiano, dormono o no, mangiano o no e la verità è che non dipende tutto da te e pensare che sia così ti  farà star male, quando hai una cosa sola da pensare succede che alla fine ogni aspetto di essa si ingigantisce e non sai più essere obiettiva e non sai più lasciar correre e finisci per sentirti in colpa per tutto.

Così alla fine, a quanto pare, anche io entrerò nel mondo delle mamme che ogni tanto non stanno col loro bambino, riprenderò in mano un pezzettino del mio tempo, proverò a trasformarlo in valore e a costruire uno spazio che sia per me e per i miei sogni perché di certo lui lo farà, un giorno e anche se io sarò sempre la sua mamma, non potrò essere più soltanto questo e bisogna sapere quanto vale la libertà, per saperla concedere.

 

Strambenanne della Buonanotte

 

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Buona domenica mamme, nonne, donne, zie, amiche ma anche uomini che a vario titolo hanno addormentato o hanno cercato di addormentare bambini.

Avete presente quel momento in cui dovete assolutamente spegnerli e i loro occhi sono fari accesi nel buio della notte mentre voi siete la barca che tenta disperatamente di raggiungere il porto tranquillo? Ecco, in quei momenti molti bambini o quantomeno il mio vogliono una ninna nanna, una filastrocca, una canzoncina che adorano e che riesce a farli scivolare nell’oblio anche se capita che dobbiate cantarne un nutrito repertorio.

Nel mio caso di solito devo cantarne quattro o cinque e in un ordine preciso perché si sa i bambini sono abitudinari e quando una cosa gli piace vogliono farla allo sfinimento e sempre nello stesso modo. Così col tempo anche noi due abbiamo raffinato la scelta delle sue ninne nanne preferite che ormai io canto ad occhi chiusi come se mettessi il pilota automatico, mi manca solo la fessura per il gettone.

Di solito non faccio troppo caso a quello che canto ma ieri sera quando sono uscita dalla stanza dove finalmente lui russava dolcemente mi sono fatta una domanda, ma che razza di roba cantiamo a questi bambini??!!

Il mio nell’ordine vuole sentire prima la “Fiera dell’Est” nella versione di Branduardi, una specie di ecatombe nella quale un simpatico topolino viene sbranato da un gatto che a sua volta è morso da un cane comprato da un uomo che viene immotivatamente picchiato con un bastone e via così finché un malcapitato toro beve dell’acqua e poi viene macellato dal macellaio la cui anima a sua volta viene presa dall’angelo della morte e Amen.

Poi mi chiede “Acqua a catinelle” o perlomeno credo che questo sia il titolo, una fantasiosa canzoncina dove un tizio finisce in una notte piovosa a saltellare tra le tombe di un cimitero imbattendosi nel fantasma di una bionda zia morta che con tanto di scopa pulisce la propria bara    e prepara insalate con vermicelli freschi.

A seguire in diretta dallo zecchino d’oro la “Casa dei Matti” dove non si può entrare perché non c’è il pavimento, non si può dormire perché manca il tetto ne fare i propri bisogni perché non c’è alcun vasino di cui servirsi…

E per concludere in bellezza abbiamo la secolare “Ninna oh questo bimbo a chi lo do”.. dove l’uomo nero in persona arriva a portarsi via il pargoletto per un anno intero…

Insomma lui dorme beato  e io mi faccio qualche domanda..

E voi quale “Strambananna” cantate ai vostri piccini?

 

Dimmi cosa mangi

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Navigando nel mare dei social media ho capito una cosa riguardo al cibo e all’alimentazione in genere. Ci sono tre gruppi di persone:
1)Quelli che si strafogano di panini, patatine, dolci, tracannano con gusto litri di bibite gassate in barba all’infarto, all’obesità e al colesterolo, sfanculando  medici e becchini e sprezzanti del pericolo vivono ogni giorno come fosse l’ultimo. Molte uova oggi  esistono fotta la gallina domani.
2)Quelli che si fanno tutto in casa, hanno l’orto biologico in terrazzo e la vasca da bagno piena di acqua marina per estrarne il sale in maniera naturale. Mangiano una poltiglia di nocciole e la chiamano Nutella incuranti del fantasma del Signor Ferrero che si aggira in casa loro piangendo, fanno il pesto con il tofu, che Dio li maledica ( Non sono cattiva, sono ligure.) Per i figli usano solo pannolini lavabili e poi con la cacca altrettanto biologica concimano l’orto in terrazzo.
3) Quelli che si nutrono a forza di beveroni di marche varie, centrifugati e similari concedendosi solo talvolta una barretta, quella al gusto di panettone per Natale e gusto pizza per sere fuori con gli amici. E nonostante questo corrono comunque subito in palestra a smaltire quelle 2 calorie e mezzo facendo dieci ore di spinning una di squat e il week è dedicato al triathlon di famiglia. Sorridono sempre come fossero in estasi ma secondo me è una paresi frutto dell’atrofizzazione dei muscoli facciali a causa della mancanza di proteine.
E poi..Ci sono io.
Quella “Quella che cazzeggia”, quella che un giorno mangia la pizza al taglio mentre corre o il cinese della sera prima riscaldato o il Mac Donald che tanto prima o poi dobbiamo dobbiamo tutti morire, un giorno fa i biscotti in casa e la passata di pomodoro con i nostri pomodori freschi e il nostro olio di oliva e già che c’è anche il pesto col mortaio che fa figo e ne congela 27 vasetti in caso di terza guerra mondiale per sopravvivere nel rifugio anti atomico, un altro giorno dopo la centesima proposta on line dell’ultimo ritrovato dietetico che ti farà dimagrire, crescere i capelli e ringiovanire di dieci anni, ne ordina un vasetto e se lo beve sperando nel miracolo.

E voi, cosa mangiate?