Demandare e non rimandare..

 

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Si lo so, è un po’ che non scrivo.

Ma sono giustificata, volete vedere il certificato medico?? Dice che soffro nell’ordine di queste gravi patologie e in modo grave:

  1. Ansia da Perfezione
  2. Sindrome delle 4 mura
  3. Incapacità di demandare

Ecco come avete capito, sono molto malata. Sono una mamma e a volte dimentico di non essere “solo una mamma“, sono sempre stata fissata con la perfezione, pignola in maniera fastidiosa, soprattutto con me stessa. Così non posso scrivere un post sul mio blog se non ho l’idea perfetta, la foto perfetta, la chiosa perfetta, la lunghezza del post perfetta, almeno secondo il mio punto di vista, il che ovviamente rende tutto assolutamente relativo. Ma la perfezione non è di questo mondo, lo è talvolta forse, in un viso bellissimo, in un tramonto struggente, in un sapore dolce, in un suono commovente, attimi di perfezione fuggevole e per lo più casuali, non cercati, non risultanti dalla fatica eccessiva di alcuno. Soprattutto la perfezione non può essere delle mamme, se ne vedete alcune che vi sembrano perfette o lo sembrano soltanto o qualcosa davvero non va. Ma io questo per ora ve lo scrivo soltanto, lo scrivo a voi che magari non avete neanche voglia di ascoltarlo e sono ancora lontanissima dall’averlo capito.

Poi c’è la mia voglia di stare fuori, la mia claustrofobia latente che mi spinge a godere di ogni attimo all’esterno delle mie amate/odiate 4 mura. Esco con figliolo al seguito praticamente con qualsiasi condizione meteo, eccetto Tzunami e trombe d’aria perché ancora non ne abbiamo avuto l’occasione. Entrambi amiamo girovagare, respirare, guardare, aggeggiare con la natura, sentirci liberi e cittadini del mondo e ovviamente questo mi porta a passare molte ore lontano dal PC e dalla possibilità di mettere nero su bianco tutto quello che ho provato, scoperto, pensato.

E infine, la terza patologia è quella maggiormente responsabile della mia lentezza nel postare o nello scrivere libri o nel dedicare tempo a tutto quello che riguarda la mia vita da “scrittrice“, la mia vita sociale e quello che a piccoli faticosi passi sta diventando un lavoro.

Voglio fare sempre tutto io. Mi lamento ma voglio farlo lo stesso, mi sfinisco, mi consumo, mi arrovello ma non riesco a “demandare“, non riesco ad avere fiducia, non riesco ad accettare che qualcun altro si occupi ogni tanto della mia casa, di mio figlio e magari si.. anche di me.

Così rimando, rimando tutto quello che riguarda i miei spazi, il mio lavoro di scrittrice e anche la mia salute, penso sempre che per questo o quello ci sarà tempo e invece il tempo passa, corre, fischia come un treno ad alta velocità e io resto alla stazione, a mettere in ordine, a fare liste, ad occuparmi di tuto e tutti, a rifutare le mani tese per aiutarmi.

Stamattina sono stata in ospedale, niente di grave state sereni, solo una visitina per una piccola operazione anche questa decisa dopo tanti ripensamenti e dopo tanti “ma si poi lo faccio adesso non posso”. Ho dovuto affidarmi a qualcuno per occuparsi del mio bambino per quelle poche ore e sono stata in ansia tutto il tempo, immotivatamente. Tutto il tempo a pensare a cosa stesse facendo, se avesse bisogno di me, a quando avrei sistemato le cose che avevo lasciato da fare, ad annotare mentalmente quelle da gestire per il giorno dell’operazione. Sono riuscita ad angustiarmi tanto da farmi salire la pressione, una cosa veramente stupida e il peggio è che ne sono consapevole.

E mentre ero li presa dai miei lambiccamenti, senza volerlo mi sono trovata ad osservare una coppia seduta a qualche metro da me, una mamma anziana e suo figlio.

Lei non era solo anziana, non era solo la sua età evidente a darle quell’aria dimessa, era di quelle persone con cui la vita non è stata buona, quelle a cui la vita ha messo due piedi in testa e si è divertita a saltarci sopra, quelle che hanno avuto pochi raggi di sole e troppi giorni di pioggia e quella pioggia alla fine gli è rimasta dentro.

Il figlio avrà avuto la mia età, anche se era difficile esserne certi, aveva qualcosa di sbagliato, di lento. Era vestito per bene, si capiva che nonostante le spalle curve e gli occhi appannati, quelle mani stanche lo avevano sistemato con cura, scegliendo per lui le cose migliori, i colori pastello, i capelli pettinati di lato.

Eppure lui era  assente, come un manichino. Lei gli parlava e lui provava a dire qualcosa, biascicando pian piano, perdendo le parole. Non so quale fosse il suo male, ma so che era qualcosa da cui non si guarisce, qualcosa che non si opera, qualcosa che resta mentre lei invece, non sarebbe restata, non per molto ancora.

L’ho vista schiacciare a fatica i tasti di un telefonino troppo piccolo, con le dita nodose e telefonare a qualcuno, qualcuno a cui chiedeva quando sarebbe costato occuparsi di suo figlio per qualche giorno, perché le non aveva nessuno e doveva operarsi alle gambe.

L’ho sentita spiegare al suo bambino di pezza che sarebbe stata via e che lui doveva fare il bravo e stare a casa, che sarebbe venuti a fargli compagnia.

Mi si è rotto il cuore, mi sono sentita una maledetta idiota. Mi sono sentita ingrata verso tutti quelli mi hanno offerto il loro aiuto e quelli da cui non ho saputo accettarlo.

Mi sono sentita triste e fortunata insieme, ho capito che demandare a volte non è una scelta ma può essere una scelta a volte.

 

 

 

 

 

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2 pensieri su “Demandare e non rimandare..

  1. Susanna

    Allora anch’io sono molto malata! Soffro della stessa ansia da perfezione e della stessa incapacità di demandare, di farmi aiutare, di accettare il fatto che non posso fare tutto da sola e controllare tutto e tutti. E mi dimentico di me stessa, e di non essere solo una mamma. E questo è grave.

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