“Per Natale” ( Di cose scritte e pubblicate, tempo fa.)

 

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“Per Natale”

 

La spiaggia.

Era mai stata così bella a quell’ora?

No, era sicura di no.

E aveva mai fatto così freddo?

Forse, però sapeva anche che il freddo non veniva da fuori stavolta, veniva da dentro.

Quante volte lui, era venuto li, a farlo e disfarlo per lei?

Lo immaginava.

Seduto, sdraiato, carponi, illuminato dal sole, con la testa tra le mani, con le mani nei capelli con le lacrime in gola.

Lo vedeva costruire e poi distruggere tutto, con rabbia, come fanno le onde le onde forti, sui castelli di sabbia dei bambini.

Lo vedeva pregare, maledire la vita, soffocare l’urlo come un gomitolo grosso trattenuto in bocca e poi, alla fine, lo vedeva arrendersi e abbozzare un sorriso bianco come la luce delle candele in chiesa.

La guerra era finita, adesso, ed eccolo li il suo regalo, pronto, piantato fiero nella sabbia scura, era perfetto, come solo le cose che durano poco, sanno essere.

Ne aveva visti di alberi lei e tutti li aveva amati, c’erano anche le prove, le foto scattate da sua madre, ogni anno “Per Natale”, ogni anno un albero diverso, tutta quella fantasia per inventare e ogni volta qualcosa di speciale e per questo scattavano la foto, da tenere nella scatola di latta dei biscotti finiti, i biscotti danesi zeppi di burro, che fanno male eppure, fanno anche bene.

Le scattavano per ricordare, per fare i paragoni, per essere orgogliosi.

Ma questo era un’altra cosa, per questo, nessuna foto, non avrebbe potuto riguardarla in ogni caso e chi avesse potuto non avrebbe capito, solo lei poteva capire, solo lui poteva capire.

Aveva raccolto il legno sputato dal mare, piccoli tronchi sbiancati e lisciati, li aveva legati con corde da pesca, conchiglie come palle di Natale, piccole lanterne di carta per fare la luce e intorno come fiori notturni, candele, meravigliose minuscole fiammelle accese.

“Per Natale” … quante volte l’aveva sentita quella frase, quante volte.

“Per Natale” vorrei un asinello di peluche”

“Per Natale” potremmo andare tutti a pranzo da Paola!

Ma si stai tranquilla, ci rivedremo tutti “Per Natale”.

Davvero, un’ottima idea facciamolo “Per Natale” oppure…tienilo da parte poi lo tiriamo fuori “Per Natale”.

Desideri, sogni, sbagli, parole, progetti, biglietti, appunti segnati in agenda

“Per Natale”.

Le idee, milioni di idee come schegge impazzite, come piccole formiche laboriose si muovevano tutte insieme nella sua testa, come in un formicaio infinito di cunicoli abbandonati da tempo, troppo veloci per riuscire a fermarle, a pensarle, erano tutte le immagini e i ricordi di una vita, andavano e venivano senza sosta e la facevano sentire viva, più viva di quanto non si fosse sentita negli ultimi anni.

Non sapeva dove si fosse nascosto tutto quel movimento, dove avessero trovato rifugio le idee quando tutto il resto era sofferenza, quando tutto lo spazio era stato riempito, stipato dall’unico sforzo di resistere, di svegliarsi, di respirare, arrivare a domani.

Aveva resistito, all’inizio, passando attraverso tutte le fasi, da manuale, dallo stupore alla rabbia, dalla forza inaspettata alla più completa disperazione, aveva ascoltato tutti, quelli che non sapevano e quelli che sapevano ma infine era rimasta sola davanti allo specchio di un bagno e da sola si era risposta.

Era stato un giorno di quelli che scorrevano uguali, in quell’ospedale, di quelli come le palline sgranate di un rosario dalle vecchie nei lunghi pomeriggi d’estate, con le labbra strette come carta stropicciata.

Un giorno di inizio d’autunno, un giorno in cui c’era il sole ma l’aria non era più tiepida. Era nel piccolo giardino interno, seduta, silenziosa, distratta, qualcuno che era venuto a trovarla parlava, ma le parole se le portava via il vento come le foglie cadute.

L’aveva vista, nell’erba.

Una macchia di colore sbagliato, gialla, troppo gialla per passare inosservata e bella come lo sono le prime farfalle che vedi in estate.

Cercava di volare ma sembrava stanca, saltellava appena come una piccola ballerina che impara a danzare e non voleva decidersi a capire che invece, la sua stagione era finita.

L’aveva presa tra le dita ed era stato facile, l’aveva guardata e l’aveva capita.

L’aveva tenuta sul palmo della mano mentre si addormentava pensando “non preoccuparti, va bene così”.

Nessuno, le aveva insegnato questo, nessuno le aveva mai detto che poteva smettere di ostinarsi a volare e in quel momento, era guarita, guarita dal pregiudizio, guarita dalla religione, guarita dall’odio.

Aveva smesso di chiedere scusa a Dio, quel Dio che le avevano insegnato a scuola e a casa, come la grammatica e la geografia. Aveva un posto nella sua vita questo Dio, ne aveva un immagine in testa come ne aveva una di Babbo Natale, ma non credeva sul serio, a nessuno dei due.

Erano così vicini adesso, vicini da dentro.

Lui la guardava fitto negli occhi.

Lui: < Capiranno?>

Lei: <No.>

Lui: <Hai scritto loro delle bellissime lettere…vedrai che alla fine…>

Lei: <Forse.>

Lui: <E tuo padre?>

Lei: <Ho detto che sarei andata via. ” Per Natale”>

Lui: <Si.>

Alzarsi costava tutto il coraggio che le era rimasto nelle ossa ma non faceva paura, il male sembrava diverso adesso, rassegnato, lontano come il rumore del traffico dimenticato altrove, sulle sue labbra si stava finalmente facendo strada, un sorriso.

La sabbia sotto i piedi, fresca.

L’acqua sulla pelle, fredda.

Brividi, lungo le spalle e la schiena.

La luna sopra la testa, le stelle sparse tutto attorno, i vestiti bagnati, le mani libere, la testa vuota, lo stomaco stretto, il tremore sottile dell’inizio di un viaggio e una voce gentile, alle sue spalle, perfetta.

< Buon Natale…>

 

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