Archivio mensile:novembre 2016

I capricci son finti, se non lo sai, sallo!

 

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Qualche giorno fa, sul beneamato web, mi sono imbattuta nel solito articolo illuminante che vorrebbe spiegare a me in quanto genitore, che i capricci “non esistono”, un po’ come i fantasmi, può capitare che qualcuno li veda, ma ovviamente, non esistono.

Esistevano una volta, quando noi, io, te e anche tu nell’angolo che sbirci nel mio blog, eravamo bambini. Allora si, i genitori potevano sgridare i propri figli, dare delle regole, insegnare a stare in società, a capire quali fossero i propri limiti e i propri spazi, esisteva anche il famoso “ceffone terapeutico” o la “ciabatta educativa”, scommetto che qualcuno ne ha schivate parecchie lanciate dalla madre. Eppure guarda, siamo ancora vivi, strano ma vero. Siamo qui, io a scrivere il mio post e voi a leggerlo, miracolo della fisica. Oggi invece, i capricci son finiti, i bambini vanno capiti, lasciati fare, non sono “bizze” le loro, sono crisi esistenziali, certo, si sono innervositi mentre riflettevano sui massimi sistemi dell’universo e questo li ha condotti a buttarsi per terra, a urlare senza apparente motivo, a richiamare la vostra attenzione con forza senza concedervi un nano secondo per finire di fare la spesa o di dire una cosa al telefono. Ma sappiatelo, non sono mai e poi mai capricci, sono “richieste di vero amore” le loro, la colpa è vostra perché non gliene date abbastanza e sempre perché lo sappiate, non dovete alzare la voce che si spaventano e non dovete dare pacche sul sedere che si traumatizzano, dovete sedervi al tavolo di un bar di fronte una cioccolata calda e fare un tema sull’ansia al quale il vostro pediatra poi darà un voto. Non importa se il bambino in questione ha 5 anni o magari pure 6, se è lo stesso bambino perfettamente in grado di decidere quali scarpe di vuole comprare e cosa vuole o non vuole mangiare, in grado di usare il vostro smartphone meglio di voi e di registrarsi un cartone animato su SKY, la sua capacità intellettiva viene improvvisamente meno quando qualcosa lo turba nel profondo del cuore, e quindi non si può ricorrere alla sgridata perché lui poverino non capisce, soffre per la tragedia della fame nel mondo e quindi vi smonta la casa o si rifiuta di venire via dal parco, ma non è un capriccio, non sia mai! E’ come quando un’omicida viene graziato perché era incapace di intendere e di volere, è giustificato.

Poi, quando andrà a scuola e prenderà dei brutti voti o magari qualche nota in condotta, siate pronti a difenderlo sempre, perché sicuramente ha cattivi insegnanti, incapaci di trovare il giusto metodo educativo per lui e che sono noiosi quando fanno lezione, quindi è normale che vostro figlio/a prenda il banco a randellate o scriva sui muri dei corridoi, qualcosa deve pur fare no? E poi quando sarà un baldo adolescente e non farà sedere anziani e donne incinta sui mezzi pubblici, non sarà certo perché è maleducato, figuriamoci, è solo stanco perché a scuola lo sfiniscono povera anima.

Insomma magari ogni tanto facciamocele due domande, invece di berci tutte le cazzate pedagogiche con cui ci inondano ogni giorno, magari ogni tanto diciamo ai nostri figli che al ristorante si sta seduti e non si corre come animali sotto i tavoli di tutti gli altri clienti, perché non viviamo in una jungla, magari ogni tanto allunghiamola una mano su quei santi sederi quando abbiamo l’impressione che forse i capricci non siano finiti ma abbiano solo cambiato nome, perché la moda si sa è sempre diversa.

Sono abbastanza sicura che nessun bambino morirà per questo e chissà magari questa società potrebbe anche beneficiare di individui che abbiano imparato ad avere un millimetro in meno di libertà e uno in più di rispetto, perché “La libertà un individuo, finisce dove comincia quella di un altro.”

 

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Madri per procura, Padri per amore.

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Oggi ci andrò giù dura e se vi va bene mi fa piacere, altrimenti la porta di uscita la conoscete, levatevi dai piedi. Piove, ho sempre trovato la pioggia confortante, un momento di pausa obbligata, di tempo per riflettere, una volta la pioggia erano libri, candele, impacco ristrutturante ai capelli, pensieri da scrivere, la pioggia erano il cinema e la pizza con gli amici e poi finire la serata a casa di qualcuno parlando fino a tardi, era la coda fuori da un locale in Versilia con gli ombrelli e la sigaretta accesa.

Oggi la pioggia significa ore e ore di sessioni di gioco casalingo con Ruben, tentando di impegnarlo sempre con qualcosa di nuovo e nel frattempo mettere insieme la cena e tante altre cose. Ma Dio santo, è mio figlio, e il tempo con lui per quanto mi stanchi, è quello meglio speso della mia vita fino ad adesso. Come ho detto a mia madre che vive lontano da me, qualche giorno fa: “se volevo riposarmi non facevo un figlio”. Facciamo quasi tutto insieme, io e lui, mi stanca ma impara, è sveglio e indipendente, molto più di tanti altri bambini della sua età. Non penso mai che sia troppo piccolo per spiegargli qualcosa, non penso mai che vorrei che quella fatica la facesse qualcun altro, come  invece vorrebbero molte di quelle che io definisco “Madri per procura”, quelle del “faccio un figlio perché completa il mio colorato cerchio dell’ammmmore” e poi a crescerlo e spiegargli le cose speriamo che ci pensi qualcun altro.

Ho sentito frasi  ( qui chiamo in aiuto Rutger Hauer ) e “ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare”. Giovani mamme che mandano i figli al nido col cordone ombelicale ancora attaccato perché sai “a stare a casa tutto il giorno con lui/lei uscivo proprio di testa”, e che non sfruttano nemmeno il periodo di maternità concessa pur di tornare al lavoro e riprendersi la propria routine.

 Madri come D ( in caso tu leggessi il mio blog e ti riconoscessi e avessi qualcosa da ridire, sai dove abito, vieni pure che ti aspetto) che vive di fronte a me ed ha un bambino di appena un mese più piccolo del mio. D lavora in banca a due passi da casa, e diciamolo apertamente in banca il più delle volte ti gratti e ti smalti le unghie, lo so per esperienza diretta ( ci ho lavorato per anni).  Il suo bambino non parla, va bene che ognuno ha i suoi tempi, ma di bambini di 20 mesi che non dicono almeno la parola “mamma” io non ne conosco. Lui però è giustificato a non dire mamma perché in effetti non ne ha una. Lui vive dalla nonna paterna, che abita nello stesso porticato. D prende solo mezz’ora di pausa pranzo, e va mangiare dalla suocera, così non sporca nemmeno il piatto e  l’acconciatura a coda di cavallo le resta bella lucida e tesa. Prende solo mezz’ora di pausa per poter uscire alle 16:00, avete capito bene, alle 16:00 il suo sfibrante lavoro di impiegata bancaria di una filiale con tre impiegati, finisce. Ma lei non va a prendere suo figlio, ci mancherebbe, va a correre o in bicicletta ( a Natale le regalo un seggiolino per il figlio così magari scopre che lo può anche portare a far un giro qualche volta) e adesso si è pure iscritta in piscina che in inverno l’acqua calda fa bene al cervello ( non al suo in ogni caso).

Il figlio fa il suo pisolino pomeridiano dalla suocera, cena dalla suocera che tanto ormai è li non facciamolo spostare per nulla e D lo ritira solo all’ora di metterlo a letto per la notte. La scorsa estate quando il bambino aveva difficoltà ad addormentarsi era il padre a spingere il passeggino per un’ora sotto il mio terrazzo finché non crollava. D era a spalmarsi il doposole che andando in bicicletta ad Agosto alle 16:00 la pelle ne risente. Poi nel fine settimana D deve fare le pulizie di casa, anche se francamente non ho ancora capito chi la sporca, anche perché farle gli altri giorni invece di prepararsi per la prossima maratona di NY a cosa servirebbe? Ad avere almeno il sabato e la domenica per stare col figliolo? No tanto il sabato ci pensa il padre a portarlo la mattina in ludoteca e il pomeriggio in piscina dove lavora lui. Vi fa schifo? No? A me si. Io suo figlio lo vedo più di lei, gioca con il mio ed è spesso triste, strano, pauroso, disorientato.

Pensate che D sia un caso raro? No, ne conosco tantissime come lei. Io sono quella che figli non ne voleva, perché pur non sapendone niente, sapevo che erano una fatica. E quando mi dicevano che se tutti avessero pensato come me ci saremmo estinti, rispondevo che tutto sommato guardando come vanno le cose non sarebbe stata poi una grande perdita. Pensavo che i figli li avrebbero fatti le altre, magari quelle come D sempre perfettine, che a 8 anni avevano già fatto il tema sulla famiglia ideale e il magico cerchio dell’ammmmore. Ecco oggi penso che tutto sommato è meglio che lo abbia fatto io almeno un figlio. Io che non so nulla ma vivo di lui, io che sbaglio ogni giorno ma non direi mai “meno male che ad insegnargli a mangiare e a bere nel bicchiere ci hanno pensato al nido, sai che palle stare ogni giorno impazzire per farlo/a imparare.” Io che mi commuovo quando vedo più padri che madri occuparsi dei propri figli.

Padri come X, che abita un isolato dopo il mio e che incontro quasi ogni giorno, ha una bambina di circa due anni e la porta dappertutto, X  che a vederlo da solo senza di lei sembra uno a cui non daresti due spiccioli, ha i capelli lunghi, un aspetto scombinato, ma un sorriso fatto di sole. Ho visto X correre col passeggino tra i getti della fontana in estate solo per farla ridere, l’ho visto tenerla in collo mentre faceva la spesa, l’ho visto giocare a palla con lei nella grande piazza e una volta che abbiamo scambiato due chiacchere mi sono accorta che gli aveva messo le scarpine al contrario, abbiamo riso, gliele ha subito messe apposto, con infinito amore, le ha dato la merenda e mi sono chiesta quanto potesse essere difficile a volte per lui, gestire una bambina piccola, da solo, ma non importa, se per una volta ha sbagliato la destra con la sinistra, se la bambina aveva qualche briciola tra i capelli, o i pantaloni sporchi di fango, è la bambina più allegra, sveglia e felice di tutto il quartiere.

Perché questo è fare la mamma o il papà, stancarsi, sbagliare, dimenticarsi di tutto ma vivere per un loro sorriso. Tornare di corsa dal lavoro per poter stare con loro, fare fatica a lasciarli a qualcuno quando dobbiamo o quando abbiamo bisogno di ritagliarci un piccolo momento per noi, pur sapendo che non c’è nulla di male, ma sentendo sempre la loro mancanza.

Io non sono nessuno e non ho nulla da insegnare ma credo che ci siano troppe madri per procura e poche per amore. Troppe D e pochi X.

 

 

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“Per Natale” ( Di cose scritte e pubblicate, tempo fa.)

 

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“Per Natale”

 

La spiaggia.

Era mai stata così bella a quell’ora?

No, era sicura di no.

E aveva mai fatto così freddo?

Forse, però sapeva anche che il freddo non veniva da fuori stavolta, veniva da dentro.

Quante volte lui, era venuto li, a farlo e disfarlo per lei?

Lo immaginava.

Seduto, sdraiato, carponi, illuminato dal sole, con la testa tra le mani, con le mani nei capelli con le lacrime in gola.

Lo vedeva costruire e poi distruggere tutto, con rabbia, come fanno le onde le onde forti, sui castelli di sabbia dei bambini.

Lo vedeva pregare, maledire la vita, soffocare l’urlo come un gomitolo grosso trattenuto in bocca e poi, alla fine, lo vedeva arrendersi e abbozzare un sorriso bianco come la luce delle candele in chiesa.

La guerra era finita, adesso, ed eccolo li il suo regalo, pronto, piantato fiero nella sabbia scura, era perfetto, come solo le cose che durano poco, sanno essere.

Ne aveva visti di alberi lei e tutti li aveva amati, c’erano anche le prove, le foto scattate da sua madre, ogni anno “Per Natale”, ogni anno un albero diverso, tutta quella fantasia per inventare e ogni volta qualcosa di speciale e per questo scattavano la foto, da tenere nella scatola di latta dei biscotti finiti, i biscotti danesi zeppi di burro, che fanno male eppure, fanno anche bene.

Le scattavano per ricordare, per fare i paragoni, per essere orgogliosi.

Ma questo era un’altra cosa, per questo, nessuna foto, non avrebbe potuto riguardarla in ogni caso e chi avesse potuto non avrebbe capito, solo lei poteva capire, solo lui poteva capire.

Aveva raccolto il legno sputato dal mare, piccoli tronchi sbiancati e lisciati, li aveva legati con corde da pesca, conchiglie come palle di Natale, piccole lanterne di carta per fare la luce e intorno come fiori notturni, candele, meravigliose minuscole fiammelle accese.

“Per Natale” … quante volte l’aveva sentita quella frase, quante volte.

“Per Natale” vorrei un asinello di peluche”

“Per Natale” potremmo andare tutti a pranzo da Paola!

Ma si stai tranquilla, ci rivedremo tutti “Per Natale”.

Davvero, un’ottima idea facciamolo “Per Natale” oppure…tienilo da parte poi lo tiriamo fuori “Per Natale”.

Desideri, sogni, sbagli, parole, progetti, biglietti, appunti segnati in agenda

“Per Natale”.

Le idee, milioni di idee come schegge impazzite, come piccole formiche laboriose si muovevano tutte insieme nella sua testa, come in un formicaio infinito di cunicoli abbandonati da tempo, troppo veloci per riuscire a fermarle, a pensarle, erano tutte le immagini e i ricordi di una vita, andavano e venivano senza sosta e la facevano sentire viva, più viva di quanto non si fosse sentita negli ultimi anni.

Non sapeva dove si fosse nascosto tutto quel movimento, dove avessero trovato rifugio le idee quando tutto il resto era sofferenza, quando tutto lo spazio era stato riempito, stipato dall’unico sforzo di resistere, di svegliarsi, di respirare, arrivare a domani.

Aveva resistito, all’inizio, passando attraverso tutte le fasi, da manuale, dallo stupore alla rabbia, dalla forza inaspettata alla più completa disperazione, aveva ascoltato tutti, quelli che non sapevano e quelli che sapevano ma infine era rimasta sola davanti allo specchio di un bagno e da sola si era risposta.

Era stato un giorno di quelli che scorrevano uguali, in quell’ospedale, di quelli come le palline sgranate di un rosario dalle vecchie nei lunghi pomeriggi d’estate, con le labbra strette come carta stropicciata.

Un giorno di inizio d’autunno, un giorno in cui c’era il sole ma l’aria non era più tiepida. Era nel piccolo giardino interno, seduta, silenziosa, distratta, qualcuno che era venuto a trovarla parlava, ma le parole se le portava via il vento come le foglie cadute.

L’aveva vista, nell’erba.

Una macchia di colore sbagliato, gialla, troppo gialla per passare inosservata e bella come lo sono le prime farfalle che vedi in estate.

Cercava di volare ma sembrava stanca, saltellava appena come una piccola ballerina che impara a danzare e non voleva decidersi a capire che invece, la sua stagione era finita.

L’aveva presa tra le dita ed era stato facile, l’aveva guardata e l’aveva capita.

L’aveva tenuta sul palmo della mano mentre si addormentava pensando “non preoccuparti, va bene così”.

Nessuno, le aveva insegnato questo, nessuno le aveva mai detto che poteva smettere di ostinarsi a volare e in quel momento, era guarita, guarita dal pregiudizio, guarita dalla religione, guarita dall’odio.

Aveva smesso di chiedere scusa a Dio, quel Dio che le avevano insegnato a scuola e a casa, come la grammatica e la geografia. Aveva un posto nella sua vita questo Dio, ne aveva un immagine in testa come ne aveva una di Babbo Natale, ma non credeva sul serio, a nessuno dei due.

Erano così vicini adesso, vicini da dentro.

Lui la guardava fitto negli occhi.

Lui: < Capiranno?>

Lei: <No.>

Lui: <Hai scritto loro delle bellissime lettere…vedrai che alla fine…>

Lei: <Forse.>

Lui: <E tuo padre?>

Lei: <Ho detto che sarei andata via. ” Per Natale”>

Lui: <Si.>

Alzarsi costava tutto il coraggio che le era rimasto nelle ossa ma non faceva paura, il male sembrava diverso adesso, rassegnato, lontano come il rumore del traffico dimenticato altrove, sulle sue labbra si stava finalmente facendo strada, un sorriso.

La sabbia sotto i piedi, fresca.

L’acqua sulla pelle, fredda.

Brividi, lungo le spalle e la schiena.

La luna sopra la testa, le stelle sparse tutto attorno, i vestiti bagnati, le mani libere, la testa vuota, lo stomaco stretto, il tremore sottile dell’inizio di un viaggio e una voce gentile, alle sue spalle, perfetta.

< Buon Natale…>

 

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Pensieri circolari ( Di vecchiaia e di virtù)

 

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Vi siete mai chieste come sareste invecchiate? Mi piacerebbe saperlo, vorrei sapere cosa e come vi eravate immaginate, quanto vi siete allontanate da quell’idea, dove siete adesso.

Io pensavo che sarei invecchiata sola, senza figli, con un gatto, forse due, magari anche tre. Adoro i gatti. Pensavo che sarei invecchiata in un paese del Nord Europa, in uno di quelli dove non arriva mai veramente l’estate. Nella mia testa c’è un’immagine di una me esile e delicata che passeggia dentro un paio di stivali di gomma, su una lunghissima spiaggia di qualche sperduta costa irlandese, con i capelli rossi che ondeggiano cinematograficamente al vento.

 Si, lo so. Nella vita reale non sono così esile e i mie capelli si sarebbero arruffati diventando una massa nodosa inguardabile e gonfia di umidità salmastra, certo, ma questo è il mio sogno che diamine, quindi posso essere strafica quanto mi pare. Ero pure più alta ecco.

Avrei fatto la scrittrice, o qualcosa di tremendamente creativo e interessante e avrei avuto molto tempo per lunghi bagni a lume di candela, tazze di tisane profumate con gli Scones e altre simili graziose amenità. Per darvi un’idea di quanto io mi sia allontanata da quel simpatico filmino, vi dirò che nella nuova casa dove abito da più di un anno ormai, ho una bella vasca, che ho puntato i piedi per averla, perché la desideravo tanto, dopo una vita di docce veloci, noiosamente in piedi.

Quella vasca non è mai stata usata, non ancora, non da me. Ci faccio il bagno a mio figlio. Ci metto i fiori quando devo bagnarli. La pulisco per bene, ma non ho ancora avuto occasione di entrarci e restare lì, a farmi venire la pelle cotta, le piegoline, insomma per il troppo ammollo. Previdentemente, perché non si sa mai, avevamo messo anche la doccia, e io uso ancora quella.

Le tisane le bevo in piedi mentre stiro, sperando di riuscire a finire in tempo sia di stirare che di bere, niente scones, al massimo una barretta ai cereali dietetica. Il gatto ce l’ho, uno solo, però in compenso ho fatto un figlio, uno solo anche di quello. Dopo vari spostamenti, vivo stabilmente a Firenze, che per quanto sia bella, non ha certo un clima nordico, non ha il mare, e l’unica cosa in comune con la mia spiaggia irlandese, è il tasso di umidità, che in estate mi fa ricordare i nomi dei santi. Scrivo di corsa, nei ritagli di tempo, il mio PC è normalmente abbandonato su una piccola penisola al centro dell’open space cucina-salotto, tra una rimestolata al sugo per la polenta e una sistemata ai giocattoli sparsi dappertutto, aggiungo qualche riga alle centinaia di racconti rimasti a metà.

Tutto questo, ha molto poco a che fare col mio progetto originario. Ma forse, è un po’ come con il Principe azzurro, crescendo e facendo esperienza, ci si rende conto che anche se non arriva quello con la calzamaglia turchina, alla fine non importa, che la calzamaglia è un po’ ridicola e che di colori belli ce ne sono tanti e magari l’azzurro, nemmeno vi dona.

Forse la vita che faccio oggi è più virtuosa, sicuramente meno egoista e lasciva però, però certi pensieri, come ho sentito dire una volta, sono proprio “circolari”, girano in tondo e per quanto sia ampia la circonferenza del cerchio, finiscono sempre per ripassarvi davanti.

E così alla fine ritorno a me che cammino negli stivali di gomma, su quella spiaggia, torno a pensare a quanto sarebbe facile, iniziare a camminare piano, lentamente, lasciando soltanto orme leggere sulla battigia, orme come briciole di pollicino, che verranno mangiate dalle onde fredde e non lasceranno traccia. Allontanarmi senza voltarmi indietro, col vento nei capelli rossi, e semplicemente, ricominciare.

 

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