Apnea

 

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Ieri sera ero stanca, ma non di quella stanchezza che trova conforto tra le lenzuola, o tra i cuscini del divano.

Era quella stanchezza sottile, quella che ti entra dentro come l’umidità nelle ossa nelle giornate piovose, quella che non ti lascia in pace.

Ruben era quasi pronto per la nanna, infilato nel suo pigiamino felpato di Charlie Brown, e si rilassava col babbo prima del bacio della buonanotte.

Avevo bisogno di fare qualcosa, qualcosa per me. Qualsiasi cosa.

Mi è tornato in mente un motivetto, una frase di una canzone di Max Gazzè :

“..Ammazzo il tempo provando con l’auto meditazione canto un po’..'”

Ecco, io le meditazioni, le ho provate un po’ tutte, ho provato un po’ tutto in generale nella mia vita, sono una sperimentatrice che si annoia facilmente. Nelle mie varie letture e riletture delle più svariate discipline per ritrovare il centro di gravità permanente, ne avevo scovata una che mi sembrava adatta a me, facile facile, senza trucco e senza inganno.

La meditazione basata sul respiro” , non c’era molto da sapere, solo una tecnica per respirare, a fondo, sedersi e respirare, una cosa che in ogni caso facciamo no?

Così mi sono decisa a provare anche questo, tanto per certe cose si sa che.. se non fa bene non fa nemmeno male.

Vado nella stanza degli ospiti, recupero un cuscinetto da yoga nascosto da tempo, dietro all’asse da stiro, accendo un incenso e una candela, che danno a tutto un’aria di serietà e solennità, e mi fanno sentire meno idiota.

Dopodiché, mi siedo, cercando di stare col famoso “busto eretto” e mi metto in silenzio a ” respirare“, pensando di restare così, chissà quanto, una mezz’ora magari.

5 MINUTI

Tanti me ne sono bastati per scoppiare, per aprire gli occhi e rendermi conto di colpo, di fare fatica, di non essere capace di “sedermi e respirare, soltanto“.

E’ stato come, quando anni fa, sono stata operata, in anestesia totale, per poco tempo, ma ad ogni modo ero intubata, e al mio risveglio, la sensazione peggiore, fu proprio quella di respirare. Alla prima boccata di ossigeno tutta la gola mi esplose in un bruciore insopportabile, era come se al posto dell’aria, mi avessero soffiato dentro soda caustica. Mi ci volle del tempo, alcuni interminabili minuti e parecchi sorsi d’acqua per smettere di boccheggiare.

E così ieri sera, al buio, sola con me stessa e il rumore dell’aria che entrava e usciva dai miei polmoni, li ho sentiti troppo piccoli, ho sentito che non sapevano più espandersi a dovere, che l’aria mi faceva male, che l’ansia prendeva il sopravvento ed era come se fossi in Apnea.

Ho pensato  a quanti respiri profondi faccio nell’arco di una giornata, e non ho avuto bisogno di contare, nessuno. Il mio respiro è sempre corto, affannato, scadenziato. E come il mio, quello di quasi tutti quelli che mi stanno intorno.

Ho pensato a tutto il fiato risparmiato mentre corro a fare la spesa col passeggino e le borse appese, a quello che trattengo quando salgo le scale con mio figlio in braccio, mentre faccio l’ultimo cambio di pannolino della giornata.

Ho pensato al fiato risparmiato mentre aspetto in coda alle poste o in qualche ufficio pubblico, al fiato risparmiato per finire tutti compiti che mi sono imposta, a quello non sprecato per fare ciò che vorrei, almeno ogni tanto.

Ho pensato al fiato trattenuto al lavoro, negli anni in cui lavoravo fuori casa, per non urlare col mio capo o con qualche cliente meschino, a quello stretto stretto delle corse in bicicletta per non arrivare tardi in Ufficio, a quello che non usato per le parole o per le scuse che invece avrei voluto usare.

Ho pensato al fiato che manca la sera a tante mamme, per leggere una fiaba a i loro bambini, a quello gonfio nel petto di un babbo che non sa come fare tornare i conti a fine mese.

Quanto fiato risparmiato, e per cosa?

Per ritrovarci un giorno a scoprire che non siamo più capaci, di fermarci, sedersi, e semplicemente “respirare“.

Stamattina sono uscita con mio figlio, a piedi, ho dimenticato di proposito la lista a casa, la lista di tutte le cose “da fare“, sono uscita senza passeggino, senza ombrello, anche se avrebbe potuto piovere.

Ho pensato che aveva una giacca pesante, il cappuccio, aveva me. Potevamo passare sotto i portici e correre fino a casa.

Siamo andati in giro così, camminando, osservando, respirando. Tenevo la sua manina piccola, che nei giorni scorsi troppo spesso mi aveva sfuggita, forse a ragione.

Sembrava che stamattina avesse voglia di stare nella mia, sembrava felice che non avessimo un percorso, che non avessimo una lista, che potessimo solo camminare, e respirare.

Siamo andati in giro così finché non abbiamo sentito il suono di una tromba, lui adora la musica e mi tirava forte, verso la direzione da cui proveniva il suono.

Lo abbiamo seguito, senza pensare, nemmeno io.

Era un artista di strada, molto bravo, camminava e suonava splendidamente la sua tromba, e un’ anziana signora, sorridendo, gli ha calato dei soldi con un cestino, dal suo terrazzo.

Ruben sorrideva e io sorridevo, e respiravo.

Respiravo davvero, godevo di quel momento bellissimo, sotto un cielo pronto a fare acqua, felice, e per una volta, senza risparmiare il fiato.

 

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little-rabbit

 

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2 pensieri su “Apnea

  1. rosariaorru

    è una sensazione che mi segue da tempo
    rimanere col fiato corto, non riuscire a prendere tempo per farlo
    ho un lavoro che non mi piace, ma mi serve
    corro tutto il giorno, sto dietro ai ragazzi ai loro compiti ai loro impegni alla casa
    la sera sono esausta, e mi chiedo ma per tutte è così? non sono una che pensava di annularsi per i figli ma alla fine, conti alla mano, è così….
    Vorrei prendere una pausa dai pensieri 😦

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