Trasloco forzato

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E’ domenica mattina, c’è il sole, dopo tanti giorni di pioggia, sembra di nuovo primavera, e invece, siamo a  Ottobre.

Il “manuale della perfetta massaia” a pag. n° 5, dice che: se hai tre raggi di sole ad Ottobre, devi correre, come se non ci fosse un domani, a vuotare il cesto del bucato per fare la lavatrice! Poi stendere i panni pregando che il tempo regga.

Stamattina mentre appendevo alle corde, i vestitini di Ruben, profumati di lavanda, dal mio terrazzo piccolo, quello che guarda la strada, ho visto una coppia. Li conosco di vista, abbiamo fatto spesso la stessa strada, tornando dal parco verso il nostro isolato, lo stesso isolato, non so i loro nomi, hanno un bambino più o meno dell’età del nostro, e loro due hanno più o meno l’età mia e di Leonardo, potremmo essere più o meno, noi.

 Stavano finendo di caricare la loro auto, un’utilitaria, forse troppo piccola per un lungo viaggio.

Era piena fino a scoppiare, di cose messe quasi alla rinfusa, c’erano i giocattoli del loro bambino, infilati tra i vestiti, un fasciatoio usato come base per i pacchi di carta igienica, un pc portatile sepolto sotto ai pan di stelle, c’era la loro vita, impacchettata, stretta, ammassata, una vita in disordine.

Li ho sentiti parlare, salutare, ho visto la nonna del piccolo stringere il nipotino con il viso bianco come i capelli, consumarlo di baci e di lacrime. In Toscana, capita che le persone parlino a voce alta, “vociano”, si dice così, e anche se non vuoi, ti ritrovi ad ascoltare, le loro conversazioni.

Stavano partendo, non per una vacanza, non per un periodo, stavano andando via, lasciando il nostro paese, il loro paese, la loro casa, i parenti, gli amici, gli amici del piccolino, la nonna.

Avevano le facce tirate, come quando non dormi la notte, come quando i pensieri ti scavano il viso.

Ho sentito lui, dire che si, un lavoro lo aveva, ma non bastava. Scuoteva la testa e diceva che era una lotta tutti i giorni, per arrivare a fine mese, che lassù, in Germania, le cose sono diverse, soprattutto col lavoro.

Una signora del loro palazzo chiedeva “ma come starà il bambino”, e lui, scuro in volto, “Eh, si starà a vedere”, come dicono qui.

Li ho visti infilarsi dentro la loro utilitaria, piena fino ai finestrini, guardarsi intorno un ultima volta, e partire.

Io, ho sempre voluto partire, io non lo amo questo paese, non mi sono mai sentita a casa.

Io me ne sono andata, e sono tornata, solo per amore. Ma io, non sono mai stata costretta, a fare una scelta.

 Avrei voluto essere loro, e non esserlo. Penso che forse staranno bene, che forse staranno meglio, che forse non gli mancherà questo paese, che forse gli mancherà la famiglia, il sole, le colline.

Non so molto di loro, non so come si sentiranno, ma una cosa la so, nessuno, dovrebbe essere, costretto a partire.

Nessuno dovrebbe riempire in fretta poche scatole e qualche valigia, per andare via in silenzio, come un ladro, quando in realtà è lui quello a cui è stato rubato qualcosa, qualcosa, qualcosa di importante, qualcosa che distingue un uomo libero, da uno che non lo è, la libertà, di scegliere.

E senza quella libertà, è tutto così, confuso, triste, rimane solamente una macchina troppo carica di bagagli e di emozioni, e poi, si starà a vedere.

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