Archivio mensile:ottobre 2016

Bambini con la valigia

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Il rumore di quelle ruotine, la mattina sotto casa, è diventata un’abitudine.

I primi giorni nella nuova casa a Firenze, dopo anni passati in campagna, mi affacciavo, per vedere cosa producesse quel rumore, ora che lo so, mi limito a pensarci su.

E ci penso spesso.

Penso a questi bambini, nell’aria fresca delle prime ore del giorno, coi loro piccoli trolley colorati, illustrati coi i supereroi del momento, ripieni di libri pesanti, che trascinano svogliatamente, il peso del sapere, verso la loro scuola.

E’ un mondo strano il nostro, un mondo dove tutto è fast, touch , smart , dove tutto è volatile, digitale, virtuale, ma i nostri bambini vanno a scuola con la valigia, la stesse che useranno tra qualche anno, magari leggermente più grande, sicuramente senza supereroi, per andare all’aeroporto.

Dentro quelle valigia, noi mamme, infileremo le provviste del piccolo emigrante, barattoli di pesto o ragù, i biscotti della marca preferita, il pacchetto di caffè che all’estero costa troppo, confezioni di pasta e prodotti locali indispensabili, secondo noi, a non morire di inedia fino al prossimo incontro.

Non dico che se ne andranno tutti, ma molti lo faranno. Viviamo in un paese dove i treni sono sempre più cari e più veloci e le scuole sempre più vecchie e inadeguate.

Mi chiedo quante cose possa contenere una valigia, quanto spazio debba avere per infilarci dentro un sogno, perché i sogni si sa, non pesano molto, ma spesso sono grandi, hanno bisogno di spazio.

Ed è quello spazio che manca.

Molti di quelli che stanno partendo, cercano solo un po’ di spazio, per correre, uno spazio che non sia fatto di divieti e di costrizioni, un luogo dove poter tentare ciò che si ama e non soltanto ciò che si può.

Fare qualcosa, che amano, che li faccia vivere fino in fondo e non soltanto che in fondo, gli dia da vivere.

Io non l’ho ancora comprata quella valigia, non so se dovrò farlo, ma mi tengo pronta, perché quando mi chiedono, cosa mi piacerebbe che facesse mio figlio, in futuro, la mia risposta è sempre la stessa “Vorrei soltanto, che fosse felice”.

E troppo spesso ormai, la felicità, è altrove.

E’ dentro una valigia, che corre veloce sulle sue ruotine, dalla scuola dietro casa, fino all’aeroporto.

 

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“Dieci regole”, per capire se stai “lavorando”.

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Ci sono almeno dieci cose, che distinguono un “vero” lavoratore, da uno che “lavoricchia”. Dieci punti cardine che certificano o meno, il vostro ruolo di “contributore sociale”.

  1. LIVELLO DI STRESS: Se non siete stressati, nervosi, scontrosi quanto basta, se non frequentate con una certa regolarità, la macchinetta del caffè in cialde e il cassetto con le pastiglie di Malox e  Moment della vostra scrivania, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  2. TEMPO PERSO NEL TRAGITTO: Se non uscite di casa per poi restare imballati come scatole in un magazzino, per un certo numero di minuti (diciamo non meno di una mezz’ora, ma già così sarebbe pochino) nella vostra macchina, su un treno, autobus, o un qualsiasi noioso mezzo di trasporto pubblico, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  3. WAKE UP TIME: Se non vi alzate almeno prima delle 7, correndo per arrivare in tempo, se non bestemmiate alla vostra sveglia, se avete il coraggio di iniziare a produrre che ne so, dopo le 9 del mattino e magari per meno di 8 ore consecutive, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  4. LAMENTAZIONE: Se non vi lamentate quotidianamente, o perlomeno settimanalmente, già mensilmente sareste poco credibili, della vostra mansione, del capo, dei colleghi, degli orari, delle poche ferie e di quanto sia corto il week end, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  5. EFFETTO JET LAG: Se non rimanete attaccati al vostro lavoro, e a tutti le problematiche ad esso correlate, continuando a parlarne, magari anche a tavola, in pausa pranzo o meglio ancora quando siete a casa, con amici e parenti e preferibilmente anche in vacanza, senza riuscire veramente a godervi nemmeno il tempo “libero”, allo no, NON STATE LAVORANDO.
  6. SINDROME DELLA PIANIFICAZIONE: Se la vostra vita non gira, come la terra intorno al sole, attorno al calendario ferie, festività, santificazioni, ore di permesso, ponti stretti o lunghi, o mai concessi come quello sullo stretto di Messina, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  7. DIETA SBILANCIATA: Se non siete ormai rassegnati, al panino in piedi al bancone del bar o peggio ancora alla porzione di insalata di riso del supermarket accanto al vostro ufficio, riscaldata nel microonde del ripostiglio, e mangiata davanti al computer, e se la sera non cenate con una pizza surgelata, perché siete usciti troppo tardi per andare a fare una spesa decente, e siete comunque troppo stanchi per cucinare, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  8. STANCHEZZA: Dovete essere stanchi, se il vostro lavoro non vi stanca fisicamente o almeno mentalmente, se non avete mal di schiena, mal di testa o per lo meno la sindrome del tunnel carpale per il troppo utilizzo del mouse, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  9. ORIENTAMENTO ALLA PENSIONE: Se non fate almeno una volta al mese, il conto di quanto vi manca alla pensione, vedendola come risultato ultimo di tutta la vostra carriera, sapendo già che non sarà mai sufficiente a ricompensarvi di un tale numero di anni, passati a sopportare tutto quello che contengono gli otto punti precedenti, allora no, NON STATE LAVORANDO.
  10. WEEK END ADDICTED: Se non affrontate ogni lunedì mattina come se fosse l’ultimo giorno della vostra misera vita, se non riprendete colore in viso, spammando la vostra gioia nevrotica su tutti i social network a vostra disposizione, il venerdì pomeriggio, se non passate il sabato sfinendovi per fare tutte le cose non siete riusciti a fare durante la settimana, e la domenica non siete già incazzati perché porca miseria domani è già lunedì, beh, allora no, NON STATE LAVORANDO.

Quindi, se leggendo questo decalogo, non siete onestamente in grado, di riconoscervi almeno nel 70% delle casistiche elencate, sappiate, che siete dei probabili “fancazzisti”. ( You are wasting your time darling!). Se fate un lavoro che vi piace, se avete il tempo di fare due passi, se non avete colleghi che ve le frantumano o capi che non vi rispettano, se magari nemmeno lo avete un capo ( sacrilegio!), se avete pure la faccia tosta di lavorare secondo i vostri ritmi, agli orari che preferite e magari riuscite pure a cucinare o giocare con vostro figlio. Se lavorate al PC, magari restando in ciabatte e se non dovete chiedere le ferie a nessuno, perché magari non ne avete bisogno, perché lavorate sempre, magari anche quando gli altri sono in ferie o la domenica, perché il vostro lavoro vi piace e non avere orari non significa non avere responsabilità, allora beh, come diavolo fate a dire che state lavorando???!!!

Del resto in una società come la nostra, impregnata di cattolicesimo e permeata da una mentalità in cui il “valore del sacrificio”, il “senso di colpa”, il “senso del dovere” sono parte integrante del corredo genetico, chi riesce a godere di qualcosa che per definizione è solo una necessità, una scocciatura e un peso, non può essere che bandito, fuori dal recinto per favore.

In caso, sappiate che nella terra del Bianconiglio, sarete sempre ben accetti e che, non siamo più così pochi, da queste parti.

Vi aspetto.

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Apnea

 

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Ieri sera ero stanca, ma non di quella stanchezza che trova conforto tra le lenzuola, o tra i cuscini del divano.

Era quella stanchezza sottile, quella che ti entra dentro come l’umidità nelle ossa nelle giornate piovose, quella che non ti lascia in pace.

Ruben era quasi pronto per la nanna, infilato nel suo pigiamino felpato di Charlie Brown, e si rilassava col babbo prima del bacio della buonanotte.

Avevo bisogno di fare qualcosa, qualcosa per me. Qualsiasi cosa.

Mi è tornato in mente un motivetto, una frase di una canzone di Max Gazzè :

“..Ammazzo il tempo provando con l’auto meditazione canto un po’..'”

Ecco, io le meditazioni, le ho provate un po’ tutte, ho provato un po’ tutto in generale nella mia vita, sono una sperimentatrice che si annoia facilmente. Nelle mie varie letture e riletture delle più svariate discipline per ritrovare il centro di gravità permanente, ne avevo scovata una che mi sembrava adatta a me, facile facile, senza trucco e senza inganno.

La meditazione basata sul respiro” , non c’era molto da sapere, solo una tecnica per respirare, a fondo, sedersi e respirare, una cosa che in ogni caso facciamo no?

Così mi sono decisa a provare anche questo, tanto per certe cose si sa che.. se non fa bene non fa nemmeno male.

Vado nella stanza degli ospiti, recupero un cuscinetto da yoga nascosto da tempo, dietro all’asse da stiro, accendo un incenso e una candela, che danno a tutto un’aria di serietà e solennità, e mi fanno sentire meno idiota.

Dopodiché, mi siedo, cercando di stare col famoso “busto eretto” e mi metto in silenzio a ” respirare“, pensando di restare così, chissà quanto, una mezz’ora magari.

5 MINUTI

Tanti me ne sono bastati per scoppiare, per aprire gli occhi e rendermi conto di colpo, di fare fatica, di non essere capace di “sedermi e respirare, soltanto“.

E’ stato come, quando anni fa, sono stata operata, in anestesia totale, per poco tempo, ma ad ogni modo ero intubata, e al mio risveglio, la sensazione peggiore, fu proprio quella di respirare. Alla prima boccata di ossigeno tutta la gola mi esplose in un bruciore insopportabile, era come se al posto dell’aria, mi avessero soffiato dentro soda caustica. Mi ci volle del tempo, alcuni interminabili minuti e parecchi sorsi d’acqua per smettere di boccheggiare.

E così ieri sera, al buio, sola con me stessa e il rumore dell’aria che entrava e usciva dai miei polmoni, li ho sentiti troppo piccoli, ho sentito che non sapevano più espandersi a dovere, che l’aria mi faceva male, che l’ansia prendeva il sopravvento ed era come se fossi in Apnea.

Ho pensato  a quanti respiri profondi faccio nell’arco di una giornata, e non ho avuto bisogno di contare, nessuno. Il mio respiro è sempre corto, affannato, scadenziato. E come il mio, quello di quasi tutti quelli che mi stanno intorno.

Ho pensato a tutto il fiato risparmiato mentre corro a fare la spesa col passeggino e le borse appese, a quello che trattengo quando salgo le scale con mio figlio in braccio, mentre faccio l’ultimo cambio di pannolino della giornata.

Ho pensato al fiato risparmiato mentre aspetto in coda alle poste o in qualche ufficio pubblico, al fiato risparmiato per finire tutti compiti che mi sono imposta, a quello non sprecato per fare ciò che vorrei, almeno ogni tanto.

Ho pensato al fiato trattenuto al lavoro, negli anni in cui lavoravo fuori casa, per non urlare col mio capo o con qualche cliente meschino, a quello stretto stretto delle corse in bicicletta per non arrivare tardi in Ufficio, a quello che non usato per le parole o per le scuse che invece avrei voluto usare.

Ho pensato al fiato che manca la sera a tante mamme, per leggere una fiaba a i loro bambini, a quello gonfio nel petto di un babbo che non sa come fare tornare i conti a fine mese.

Quanto fiato risparmiato, e per cosa?

Per ritrovarci un giorno a scoprire che non siamo più capaci, di fermarci, sedersi, e semplicemente “respirare“.

Stamattina sono uscita con mio figlio, a piedi, ho dimenticato di proposito la lista a casa, la lista di tutte le cose “da fare“, sono uscita senza passeggino, senza ombrello, anche se avrebbe potuto piovere.

Ho pensato che aveva una giacca pesante, il cappuccio, aveva me. Potevamo passare sotto i portici e correre fino a casa.

Siamo andati in giro così, camminando, osservando, respirando. Tenevo la sua manina piccola, che nei giorni scorsi troppo spesso mi aveva sfuggita, forse a ragione.

Sembrava che stamattina avesse voglia di stare nella mia, sembrava felice che non avessimo un percorso, che non avessimo una lista, che potessimo solo camminare, e respirare.

Siamo andati in giro così finché non abbiamo sentito il suono di una tromba, lui adora la musica e mi tirava forte, verso la direzione da cui proveniva il suono.

Lo abbiamo seguito, senza pensare, nemmeno io.

Era un artista di strada, molto bravo, camminava e suonava splendidamente la sua tromba, e un’ anziana signora, sorridendo, gli ha calato dei soldi con un cestino, dal suo terrazzo.

Ruben sorrideva e io sorridevo, e respiravo.

Respiravo davvero, godevo di quel momento bellissimo, sotto un cielo pronto a fare acqua, felice, e per una volta, senza risparmiare il fiato.

 

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Trasloco forzato

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E’ domenica mattina, c’è il sole, dopo tanti giorni di pioggia, sembra di nuovo primavera, e invece, siamo a  Ottobre.

Il “manuale della perfetta massaia” a pag. n° 5, dice che: se hai tre raggi di sole ad Ottobre, devi correre, come se non ci fosse un domani, a vuotare il cesto del bucato per fare la lavatrice! Poi stendere i panni pregando che il tempo regga.

Stamattina mentre appendevo alle corde, i vestitini di Ruben, profumati di lavanda, dal mio terrazzo piccolo, quello che guarda la strada, ho visto una coppia. Li conosco di vista, abbiamo fatto spesso la stessa strada, tornando dal parco verso il nostro isolato, lo stesso isolato, non so i loro nomi, hanno un bambino più o meno dell’età del nostro, e loro due hanno più o meno l’età mia e di Leonardo, potremmo essere più o meno, noi.

 Stavano finendo di caricare la loro auto, un’utilitaria, forse troppo piccola per un lungo viaggio.

Era piena fino a scoppiare, di cose messe quasi alla rinfusa, c’erano i giocattoli del loro bambino, infilati tra i vestiti, un fasciatoio usato come base per i pacchi di carta igienica, un pc portatile sepolto sotto ai pan di stelle, c’era la loro vita, impacchettata, stretta, ammassata, una vita in disordine.

Li ho sentiti parlare, salutare, ho visto la nonna del piccolo stringere il nipotino con il viso bianco come i capelli, consumarlo di baci e di lacrime. In Toscana, capita che le persone parlino a voce alta, “vociano”, si dice così, e anche se non vuoi, ti ritrovi ad ascoltare, le loro conversazioni.

Stavano partendo, non per una vacanza, non per un periodo, stavano andando via, lasciando il nostro paese, il loro paese, la loro casa, i parenti, gli amici, gli amici del piccolino, la nonna.

Avevano le facce tirate, come quando non dormi la notte, come quando i pensieri ti scavano il viso.

Ho sentito lui, dire che si, un lavoro lo aveva, ma non bastava. Scuoteva la testa e diceva che era una lotta tutti i giorni, per arrivare a fine mese, che lassù, in Germania, le cose sono diverse, soprattutto col lavoro.

Una signora del loro palazzo chiedeva “ma come starà il bambino”, e lui, scuro in volto, “Eh, si starà a vedere”, come dicono qui.

Li ho visti infilarsi dentro la loro utilitaria, piena fino ai finestrini, guardarsi intorno un ultima volta, e partire.

Io, ho sempre voluto partire, io non lo amo questo paese, non mi sono mai sentita a casa.

Io me ne sono andata, e sono tornata, solo per amore. Ma io, non sono mai stata costretta, a fare una scelta.

 Avrei voluto essere loro, e non esserlo. Penso che forse staranno bene, che forse staranno meglio, che forse non gli mancherà questo paese, che forse gli mancherà la famiglia, il sole, le colline.

Non so molto di loro, non so come si sentiranno, ma una cosa la so, nessuno, dovrebbe essere, costretto a partire.

Nessuno dovrebbe riempire in fretta poche scatole e qualche valigia, per andare via in silenzio, come un ladro, quando in realtà è lui quello a cui è stato rubato qualcosa, qualcosa, qualcosa di importante, qualcosa che distingue un uomo libero, da uno che non lo è, la libertà, di scegliere.

E senza quella libertà, è tutto così, confuso, triste, rimane solamente una macchina troppo carica di bagagli e di emozioni, e poi, si starà a vedere.

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La mamma non va in vacanza

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Ci tengo a dirlo, a spiegarlo bene, soprattutto a chi non ha l’età per capire, a chi non ha figli, e anche a chi, non ha cervello.

La locandina di una commedia di successo di qualche anno fa si intitolava “ L’amore non va in vacanza” , ecco, nemmeno le mamme ci vanno, non dal loro ruolo di mamme.

Ho spesso la sensazione, supportata da frecciatine e domande, di una tale idiozia (da farmi pensare che in questo paese, troppe persone godano ancora del diritto di voto) che nel mondo di chi “lavora” si tenda a pensare che fare la mamma, o a tempo pieno, o nel periodo maternità, o part time, sia equivalente a fare un corso di yoga con le campane tibetane.

Ecco, non lo è, e se lo sento dire ancora una volta, prendo il bataccchio della campana più grossa, quella del diametro di 60cm e lo batto sulla testa del malcapitato/a per sentire il suono che fa.

Fare la mamma è difficile, è stancante, ed è gratis.

Si, perché la paga, seppur apprezzatissima, sono solo i sorrisi e gli abbracci dei vostri bambini. La società e lo stato se ne fregano della fatica che state facendo per crescere un buon cittadino, un individuo che sappia pensare, essere autonomo, che possa un domani contribuire a migliorare il mondo in cui vivrà o quantomeno  a rispettarlo.

Ho lavorato anche io, regolarmente, “normalmente”, per anni. Sono salita anche io sulla mia macchina, o sulla bicicletta, o sui mezzi pubblici, per andare in Ufficio.

In Ufficio ci sono i colleghi, e che tu li ami o li odi, puoi sempre scambiarci due chiacchere, puoi dividere alcuni compiti, puoi prenderti un caffè nelle pause, puoi farle le pause, puoi mangiare al sole e all’aperto in pausa pranzo. Ci sono delle mansioni definite, c’è di solito qualcuno che ti dice cosa fare, ci sono orari, scadenze, doveri. Ma tutto è previsto, scandito da una routine che alla fine diventa parte della tua vita. Ci sono le vacanze, ci sono i permessi, c’è il certificato di malattia se sei malata.

Una mamma tutto questo non ce l’ha.

Una mamma non ha orario, non sa mai quanto dormirà la notte o a che ora sarà svegliata al mattino. Una mamma ha la reperibilità 24h su 24h. Una mamma non ha la pausa pranzo e mentre imbocca il suo bambino o apparecchia tavola, cerca di fare mille altre cose, e non mangia all’aperto guardando il passeggio, di solito. Una mamma non ha nessuno che le dica cosa deve fare, e un sacco di persone pronte a criticare. Le mansioni della mamma sono tante, a volte troppe, e si sovrappongono, e cambiano di continuo con il crescere del suo bambino. E’ come un continuo upgrade, senza corsi di aggiornamento e senza colleghi a cui chiedere come si fa. Una mamma non può andare dal medico e presentare il certificato a suo figlio/a per dire “oggi sono malata, pensa tu a tutto”.

Le mamme fanno fatica a dir di no, soffrono tutte della Sindrome di Stoccolma, sono innamorate del proprio carceriere, sono ostaggi felici, anche se spesso molto stanchi.

Fare la mamma è un “lavoro”, a tempo indeterminato, sottovalutato, dimenticato, ma è il “lavoro” più importante del mondo.

 

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Sibarìn e il fiore di Loto

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Oggi voglio presentarvi un altro dei miei libri: Sibarìn e il fiore di Loto, un’altra favola, una delle mie preferite, nata quando ancora non ero mamma, quando viaggiare ai confini del mondo era più facile e scoprire nuove culture e nuove abitudini, un sogno realizzabile.

Lo sarà di nuovo, certo, ma non così presto credo.

Avevo un seme in tasca, quando sono partita per l’India nell’Agosto del 2013. Un lungo viaggio da Delhi ai confini col Tibet, un viaggio sia dentro che fuori, di strada e di spirito che molto mi ha insegnato.

“Qualche volta mi accorgo di quanto certi viaggi e certi luoghi, ti mettano radici dentro, che si prendono il loro tempo, per andare a fondo e poi far germogliare piante che ti stupiscono per la dolcezza dei loro frutti.”

Il frutto di questo viaggio è questa storia, che segue passo passo, le orme che ho lasciato laggiù, è una favola con un piccolo protagonista che affronta da solo una grande sfida. Un modo per raccontare ai nostri bambini di come si vive molto lontano dal mondo che loro conoscono, di come non ci siano limiti ai sogni e di come ci siano dentro ad ognuno di noi risorse talvolta sconosciute che le difficoltà possono far emergere.

Ho illustrato il racconto con le foto scattate laggiù e ancora non so se sono state le immagini a seguire la storia oppure il contrario.

Questa storia è un viaggio ma il vero viaggio è la vita.

 

Se aveste voglia di acquistarlo, lo trovate in vendita su Amazon al link inserito sopra nella presentazione. Per ora solo in versione digitale (ebook) per Kindle e PDF per PC, ma presto spero sarà disponibile anche la versione stampata.

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Barca senza remi

 

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Certe persone se ne vanno, altre, restano ma in realtà, se ne sono già andate. Guardarci dentro è come perdersi, è come cercare la monetina che è caduta in fondo al pozzo, tu lo sai che c’è, da qualche parte, laggiù.
Tu lo sai, ma non puoi più prenderla e fa male. In quegli occhi che non ti riconoscono, vedi la paura, in quelle mani inutilmente forti,senti la rabbia, in quelle parole sconnesse, leggi una richiesta di aiuto, ripetizioni, pensieri circolari per aggrapparsi a qualcosa.
E’ successo anche a lei, che è come le patelle, sugli scogli della mia Liguria, attaccate da dentro che il mare le affoga e il sole le consuma, ma loro non si possono staccare, e lei, non si stacca.
Vorrebbe andare via, lo so, quante volte l’ho sentita dire “o se n’barcà”, in quel dialetto stretto tra i denti, quando qualcuno moriva.
Lo diceva sorridendo da una parte, stropicciando un occhio, lo diceva come si dice che piove o che la cena è pronta, un pensiero semplice, e aveva ragione. Ora però, non so dove sia quella barca, non so dove siano i remi, non so qualche sia la rotta e non vorrei che andasse da sola.
Vorrei accompagnarla, come l’accompagnavo a letto, per sapere che era al sicuro, che tutto era a posto, che era soltanto ora, di andare a dormire.

( Tratto da ” Io credo nel Bianconiglio “ my book )

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