Archivio mensile:settembre 2016

Pensavo che..

 

balloons-facebook-covers-2006Perché alla fine qualcosa devi fare, ti hanno detto. Qualcuno devi essere, devi scegliere, il tempo passa, tic tac tic tac. Quanti anni hai? A che punto sei della strada? Da dove vieni? Dove stai andando e quando pensi di arrivare?

Io pensavo bastasse alzarsi, respirare, camminare, assaporare, ascoltare. Pensavo bastasse amare, vedere, apprezzare, essere madre o padre. Tuffarsi nel mare, scalare le montagne o soltanto leggere un libro nel bosco, raccogliere un fiore. Pensavo bastasse cercare ogni giorno di essere felice, non ferire nessuno, essere grati, trovare valore in ogni piccola semplice cosa ed essere liberi.

Io pensavo bastasse ” vivere”.

 

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Mamma Full Time

 

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Me and You

Sempre più spesso mi capita di trovarmi in ambienti comuni, in attesa, nello studio del pediatra, in ludoteca, al parco, e di parlare con altre mamme, confrontarmi su temi comune e di essere oggetto di sguardi sorpresi, quando dico che sono una mamma a tempo pieno. Mi fanno sentire una specie in via di estinzione, da trattare con rispetto e deferenza, un po’ come si fa coi matti. Mi chiedono: ma quindi stai tutto il giorno con lui? E colgo il terrore nei loro occhi, quasi mai l’invidia. La domanda è di per se idiota perché se non lavoro di certo non lo lascio a qualcuno per andare in palestra o a ballare ( in ogni caso odio entrambe le cose). Certo non è sempre facile, spesso non lo è. Non esistono pause caffè, chiacchiere con le colleghe, ore di permesso e nemmeno malattia. Significa andare anche in bagno con tuo figlio, lavarti i capelli agli orari più assurdi, cucinare come un equilibrista e mangiare mentre con l’altra mano lo imbocchi o fare la spesa mentre lui smonta il supermercato. Significa inventarsi ogni giorno di pioggia qualcosa d fare e qualche volta sentirsi sole o stanche, ma io, lo considero ugualmente un enorme privilegio. Avrei pensato quindi di sentirmi dire: beata te, come vorrei farlo anche io, purtroppo io devo lavorare. E invece sono queste le frasi che sento: Ma come fai? Ah io non ce la farei, è stata dura all’inizio mandarlo al nido ma ora è dura quando è malato e devo tenermelo a casa, certo che senza nonni c’è da impazzire, ah io non potrei mai e altre frasi del genere che mi hanno fatta riflettere. Penso a tutte le nonne e mamme del passato, che stavano a casa con uno, due, tanti figli. E cucinavano pulivano, stiravano e spesso si occupavano dei membri anziani e malati della famiglia. La mia comprensione va a tutte, ben poche però, le mamme che “devono” lavorare e la mia perplessità a tutte le altre, quelle che un figlio lo hanno voluto ma preferisco mandarlo al nido e lavorare, anzi non vedono l’ora di mollarlo per correre in Ufficio. Ecco, non so, forse le ragioni di questa società malata, stanno un po’, anche qui.

 

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Ti guardo dormire..

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My Little Ruben

 

 

Ti guardo dormire… rapita, e penso, ogni volta..
Penso che il sonno dei bambini è perfetto.
É un sonno totale, è un sonno felice, completo. Un sonno senza sogni, senza fantasmi, senza ricordi che vengono a tirarti i piedi, senza dolori che sono capaci di trovarti nel buio, senza pensieri che fanno troppo rumore.
È il sonno dei sonni, è il sonno dei giusti.
Un sonno che sa di silenzio e profuma di buono….
Io l’ho perso quel sonno amore mio, forse troppi anni fa, forse, troppo presto, ma ti ringrazio, di avermi ricordato quanto fosse gentile e pieno di pace, quel sonno di allora.
Ti ringrazio di farmelo assaporare di nuovo, di lasciarmene prendere un respiro, ogni volta.

 

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Cacciatori di nuvole

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“Per un fotografo, il brutto tempo, è bel tempo”

Amen, direi. Questa cosa l’ho imparata in montagna a capodanno, questo capodanno, col mio compagno e i suoi amici,”fotografi”..che poi, diciamolo va, senza offesa per chi legge, al giorno d’oggi son tutti un po fotografi, conosco gente che non sapeva usare nemmeno la polaroid  e adesso partecipa a club, organizza mostre ( di solito sei foto appese nel bar di un amico, tra il bancone e la toilette), e disquisisce sui massimi sistemi del mondo immaginifico digitale.

Magari ecco, non sanno distinguere un sorriso da una smorfia però sanno quanto hanno speso per l’obiettivo e il filtro e questo e quello, ammenicoli vari in quantità industriale. Ma alla fine, beh, anche se ti geli il culo in cima al cucuzzolo innevato in compagnia del tuo fido cavalletto supergalattico a sette piedi e quattro teste, aspettando l’alba, non è garantito che farai una bella foto. E un po come la pasta senza sale, puoi comprare anche quella fichissima trafilata al bronzo invecchiato e conservata in cassaforte ma se non ci metti il sale, non sa di niente lo stesso.

Io resto sempre affascinata da come la maggior parte dei sedicenti fotografi che conosco riescano a rendere complicata e vagamente soporifera una cosa che a parer mio è così semplice..

Io non so niente di figure nel terzo quarto della foto, di dare aria sopra la testa, di foto scomposte e perimetri centimetrati,mi sembrano costrizioni, io alle foto do solo un giudizio emotivo, non conosco la tecnica, per me un viso è un viso, un tramonto rosa, un papavero stupendo…se vedo una foto che mi colpisce,se c’è un micio pezzato che si stira armoniosamente ammiccando, non mi viene in mente di controllare in quale centimetro quadrato della composizione è andato stirarsi, non è che gli dico : hey gatto spostati sei nel quarto sbagliato!

Dai su scherzi a parte, sicuramente è che io ignoro quale gioia possa dare andarsene in giro con 28 kg di zaino sulle spalle colmo di attrezzatura fotografica spezzaschiena per poi magari fare solo quattro scatti e non esserne contento.

Spero che i miei amici cacciatori di cumulonembi non l’abbiano a male, che non smettano di spendere nelle innovazioni del mestiere o di girare il mondo a caccia di zucchero filato volante, ecco però, solo un consiglio, la foto, per quanto possiate impegnarvi, non è fuori, è dentro di voi e se sapete guardare con quell’occhio speciale, sarà sempre, davvero, perfetta.

 

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La vita, è un treno.

 

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Non vogliatemene amici, lettori, passanti, ma la vita: è un treno. A qualcuno capita un Itercity, altri prendono il regionale, a volte passa una Frecciargento, ma comunque, si sale e si va, tutti quanti, dal punto A al punto B.

Lo prendiamo da soli e da soli scendiamo, ma ci sono fermate, persone salgono, restano, alcuni a lungo, alcuni soltanto per poco, ad alcuni saprete rinunciare, altri vi mancheranno, forse salteranno giù in fretta e non avrete il tempo di salutarli, forse resteranno li, ma in un altro scompartimento.

Questo treno sarà pieno, sarà vuoto, sarà rumoroso, sarà in silenzio, la luce sarà accesa, o spenta, ma andrà sempre avanti e voi starete li, sopra il vostro treno, prendendo appunti, distratti,   addormentati, annoiati, ansiosi, sorpresi, felici.

Ho imparato che gli altri, sono i nostri compagni di viaggio, che qualche volte ci capita di ricontrarli a qualche fermata, ho imparato che bisogna amarlo il nostro viaggio e non è necessario trattenere niente, perchè niente ci sarà concesso portare via.

Le porte devono restare pronte ad aprirsi, per far entrare e uscire la vita e che al punto B nessuno ci può accompagnare, quella è la nostra fermata.

Non sappiamo dove va il treno, non sappiamo chi deciderà di salire, se ci piacerà o meno, non sappiamo quasi nulla e questo ci da modo di sognare e ricordare che alla fine per quello che vale è solo il viaggio che conta..

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Dis – integrazione

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Lo volevo dire, lo volevo scrivere qualche sera fa, ho aspettato, non si sa mai. Lo faccio adesso, non serviva aspettare. C’è sempre qualche attentato che mi restituisce l’occasione di tornare sui miei passi quando penso che si, che forse, che chissà se l’integrazione è possibile. Ecco oggi è uno di quei giorni in cui penso che no, che difficilmente, che quasi mai, lo è. Non con culture così infinitamente distanti. Qualche sera fa ero a cena qui nella “mia” città, con una vecchia amica. Pizzeria al taglio molto famosa, piena di turisti, turiste, belle nordiche bionde e poco vestite e poi noi due, balde quarantenni, non svestite certo, ma nemmeno troppo coperte, colorate, estive, “libere“. Accanto a noi, gomito a gomito nello stesso tavolo, una coppia musulmana, forse nemmeno trentenni. Lui in abiti occidentali, catena al collo, sorridente, un occhio qua e uno là dentro quella scollatura, sotto quel vestitino, dietro un tacco veloce. Guardava, niente di male. Forse. Ci chiede qualche cosa sul cibo, parlano solo francese, noi no. Cerchiamo di aiutarlo a gesti insieme a una cameriera, qualche parola in inglese, insomma, li aiutiamo, siamo gentili. Perché noi, perché io, non ho niente contro di loro. No però, guardo lei, silenziosa, giovane, coperta, troppo coperta, suda sotto quei vestiti tristi, insaccati, inadatti a questo luogo, persino le braccia ha coperte. Non è a suo agio, e si vede. Non lo sarà mai. Non lo saranno i suoi figli. Fosse stata nel suo paese, circondata da altre donne vestite come lei, forse, avrebbe sorriso. Io non lo so. Io non so niente, so quello che vedo. E vedo queste donne aggirarsi tra di noi come fantasmi troppo visibili e vedo i loro figli non capire quale punto di riferimento avere e le loro figlie ancor più confuse. Vanno alla moschea e poi vivono in paesi dove sono circondati da persone che vivono troppo diversamente da come la loro religione gli insegna. Siamo due mondi lontanissimi, due universi paralleli.

 

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Mamme maschiliste & co.

 

0364c7d1c4258e1bed5d1f587e4210a6Voglio condividere con voi una breve conversazione avuta giorni fa in Ludoteca ,con un’altra mamma più o meno della mia età, quindi fascia quaranta. Eravamo nella stanza della finta cucina, che mio figlio adora e dove stava per l’appunto giocando con il ferro da stiro, mentre il figlio dell’altra mamma, di circa due anni e mezzo, si divertiva a riempire un finto carrello della spesa con finta frutta. Ci presentiamo, solite domande tra mamme (Nome, età, peso, parla o non parla, ha ancora il pannolino..)  Poi, all’improvviso mi fissa e mi dice, con aria decisa ” Si si anche a mio figlio piace giocare a fare i lavori di casa, ma io non glielo lascio fare sai, è un uomo, non sono cose da uomini e poi non voglio mica che mi diventi una checca!

Sdeng..

Ecco, in un attimo mi sono sentita come se stessi parlando con l’abitante in visita, di un altro pianeta. Perché mai un uomo dovrebbe crescere senza sapersi cucinare un uovo o cucirsi un bottone? E all’alba del 2016 mi chiedo io, siamo ancora qui a dividere i giochi adatti ai maschi e alle femmine? Attenti bambini! Ruspe e martelli a destra, scope e mestoli a sinistra.  Qualsiasi testo di pedagogia potrebbe spiegare a questa mamma che ai piccoli piace semplicemente imitare quello che vedono fare ai grandi. E inoltre, io mi preoccuperei se mio figlio mostrasse atteggiamenti aggressivi, se picchiasse gli altri bambini o maltrattasse un animale, allora mi chiederei cosa non va in lui. Non certo se mostrasse di avere una sensibilità diversa o diverse propensioni. Mi rendo conto che mentre la violenza infantile viene  troppo spesso sottovalutata o scusata dicendo “eh ma sono solo bambini”, la dolcezza e l’attenzione alle cose sono guardate con sospetto. Ovviamente ho interrotto quella triste conversazione e cambiato stanza, starò attenta ad evitarla se la rivedo e mi spiace molto per il suo bambino che dovrà crescere pieno di pregiudizi e vecchi modelli sbagliati.

 

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