Diversi da cosa?

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Ero al parco delle Cascine, giorni fa. E’ il nostro parco preferito, il nostro nascondiglio nel verde, accanto ai lungarni. In Settembre, in certe giornate fresche e piene di raggi di sole spezzati dalle foglie degli alberi, è di una tale bellezza, da farti pensare che lassù qualcuno c’è, che ogni tanto ha buone idee. All’interno del parco  c’è anche un’area giochi per i bambini, molto bella, creata in memoria del piccolo Nicholas Green, la cui vicenda in Italia fece molto scalpore e al quale il nostro paese ha dedicato molta attenzione, così tantissime zone sparse per tutta Italia, portano oggi il suo nome (https://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Green).

C’erano tanti bambini, e Ruben è stato subito attratto da uno di loro, lui ama i mondo, tutto il mondo, e il mondo ama lui. Solo dopo, avvicinandomi, ho notato che quel bambino in particolare, era un bambino speciale, dico speciale perché non saprei davvero che altra parola usare, perché dire diverso mi sembrerebbe sbagliato, dovrei trovare il termine di paragone, il qualcosa da cui era diverso, in un mondo in cui siamo tutti, diversi.  Perché la verità è che alla fine, come moltissime di noi mamme, di noi genitori, non sono preparata. Perché a parte quelli tra di noi che hanno studiato alcune patologie, quelli che svolgono lavori a contatto con persone affette da qualche tipo di handicap, tutti gli altri, me compresa non sanno come reagire. Non sappiamo se sorridere troppo, o troppo poco, se dire qualcosa o non dire niente, se fare qualche domanda o restare indifferenti, che anche far finta di niente del tutto, mi pare sbagliato. Insomma, si crea quel momento di gelo in cui non sai fare altro che tenere le mani in tasca per non gelarti le dita. Poi guardi quella mamma, la mamma del bambino speciale e vedi che è giovane, più giovane di te, vedi che aveva messo il suo bambino seduto nella casetta di plastica, quasi per proteggerlo, per difenderlo e forse un po’.. per nasconderlo. Pensi che a volte, essere diventata madre a quarantanni è un vantaggio. Non perché io sia più preparata, anzi forse sarei stata meno stanca, a volte, se avessi avuto un figlio a trentanni, non perché io sia più informata, perché per quanto si legga o si chieda, alla fine siamo tutti esploratori senza mappa, no, non per questo. E’ un vantaggio perché a quarantanni hai già affrontato più volte la vita, hai preso i suoi colpi e hai imparato ad incassare con grazia, hai capito che alla fine di molto poco importa e che “Il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è.” (cit. Buddha).

Così mentre sei ferma in quell’ impasse, avvolta nella tua nuvola di dubbi e domande, ti accorgi che tuo figlio e quel bambino stanno giocando, ridendo, godendo di quel sole in barba al mondo, a te e alla tua nuvola, e allora pensi, meno male che ci sono i bambini, quanto sanno più di noi, i bambini. E allora capisci che in fondo è facile, è come quando vai al parco e arrivata li, ti accorgi di aver dimenticato la borsa coi giocattoli a casa. Sei presa dal panico, non sai cosa fare e vorresti nasconderti anche tu nella casina di plastica, col tuo bambino, per non fargli vedere tutti i giochini che invece hanno gli altri, mentre lui, non li ha. E non sai come riempire quel vuoto, quella mancanza, ma subito qualche altra mamma ti dice di non preoccuparti, ci sono un sacco di giocattoli sul prato e sono per tutti, può giocare sereno anche con le cose dei loro figli e tu la prossima volta farai lo stesso. Alla fine non è molto “diverso”, basterebbe che noi mamme, in questi casi, ci avvicinassimo per offrire la nostra attenzione, per lasciar che i nostri bimbi giochino con loro, basterebbe stringerci e darci una mano a riempire quel vuoto, quella mancanza, quel qualcosa che è stato dimenticato, ma non a casa.

 

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