Archivi giornalieri: 21 settembre 2016

Cacciatori di nuvole

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“Per un fotografo, il brutto tempo, è bel tempo”

Amen, direi. Questa cosa l’ho imparata in montagna a capodanno, questo capodanno, col mio compagno e i suoi amici,”fotografi”..che poi, diciamolo va, senza offesa per chi legge, al giorno d’oggi son tutti un po fotografi, conosco gente che non sapeva usare nemmeno la polaroid  e adesso partecipa a club, organizza mostre ( di solito sei foto appese nel bar di un amico, tra il bancone e la toilette), e disquisisce sui massimi sistemi del mondo immaginifico digitale.

Magari ecco, non sanno distinguere un sorriso da una smorfia però sanno quanto hanno speso per l’obiettivo e il filtro e questo e quello, ammenicoli vari in quantità industriale. Ma alla fine, beh, anche se ti geli il culo in cima al cucuzzolo innevato in compagnia del tuo fido cavalletto supergalattico a sette piedi e quattro teste, aspettando l’alba, non è garantito che farai una bella foto. E un po come la pasta senza sale, puoi comprare anche quella fichissima trafilata al bronzo invecchiato e conservata in cassaforte ma se non ci metti il sale, non sa di niente lo stesso.

Io resto sempre affascinata da come la maggior parte dei sedicenti fotografi che conosco riescano a rendere complicata e vagamente soporifera una cosa che a parer mio è così semplice..

Io non so niente di figure nel terzo quarto della foto, di dare aria sopra la testa, di foto scomposte e perimetri centimetrati,mi sembrano costrizioni, io alle foto do solo un giudizio emotivo, non conosco la tecnica, per me un viso è un viso, un tramonto rosa, un papavero stupendo…se vedo una foto che mi colpisce,se c’è un micio pezzato che si stira armoniosamente ammiccando, non mi viene in mente di controllare in quale centimetro quadrato della composizione è andato stirarsi, non è che gli dico : hey gatto spostati sei nel quarto sbagliato!

Dai su scherzi a parte, sicuramente è che io ignoro quale gioia possa dare andarsene in giro con 28 kg di zaino sulle spalle colmo di attrezzatura fotografica spezzaschiena per poi magari fare solo quattro scatti e non esserne contento.

Spero che i miei amici cacciatori di cumulonembi non l’abbiano a male, che non smettano di spendere nelle innovazioni del mestiere o di girare il mondo a caccia di zucchero filato volante, ecco però, solo un consiglio, la foto, per quanto possiate impegnarvi, non è fuori, è dentro di voi e se sapete guardare con quell’occhio speciale, sarà sempre, davvero, perfetta.

 

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La vita, è un treno.

 

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Non vogliatemene amici, lettori, passanti, ma la vita: è un treno. A qualcuno capita un Itercity, altri prendono il regionale, a volte passa una Frecciargento, ma comunque, si sale e si va, tutti quanti, dal punto A al punto B.

Lo prendiamo da soli e da soli scendiamo, ma ci sono fermate, persone salgono, restano, alcuni a lungo, alcuni soltanto per poco, ad alcuni saprete rinunciare, altri vi mancheranno, forse salteranno giù in fretta e non avrete il tempo di salutarli, forse resteranno li, ma in un altro scompartimento.

Questo treno sarà pieno, sarà vuoto, sarà rumoroso, sarà in silenzio, la luce sarà accesa, o spenta, ma andrà sempre avanti e voi starete li, sopra il vostro treno, prendendo appunti, distratti,   addormentati, annoiati, ansiosi, sorpresi, felici.

Ho imparato che gli altri, sono i nostri compagni di viaggio, che qualche volte ci capita di ricontrarli a qualche fermata, ho imparato che bisogna amarlo il nostro viaggio e non è necessario trattenere niente, perchè niente ci sarà concesso portare via.

Le porte devono restare pronte ad aprirsi, per far entrare e uscire la vita e che al punto B nessuno ci può accompagnare, quella è la nostra fermata.

Non sappiamo dove va il treno, non sappiamo chi deciderà di salire, se ci piacerà o meno, non sappiamo quasi nulla e questo ci da modo di sognare e ricordare che alla fine per quello che vale è solo il viaggio che conta..

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Dis – integrazione

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Lo volevo dire, lo volevo scrivere qualche sera fa, ho aspettato, non si sa mai. Lo faccio adesso, non serviva aspettare. C’è sempre qualche attentato che mi restituisce l’occasione di tornare sui miei passi quando penso che si, che forse, che chissà se l’integrazione è possibile. Ecco oggi è uno di quei giorni in cui penso che no, che difficilmente, che quasi mai, lo è. Non con culture così infinitamente distanti. Qualche sera fa ero a cena qui nella “mia” città, con una vecchia amica. Pizzeria al taglio molto famosa, piena di turisti, turiste, belle nordiche bionde e poco vestite e poi noi due, balde quarantenni, non svestite certo, ma nemmeno troppo coperte, colorate, estive, “libere“. Accanto a noi, gomito a gomito nello stesso tavolo, una coppia musulmana, forse nemmeno trentenni. Lui in abiti occidentali, catena al collo, sorridente, un occhio qua e uno là dentro quella scollatura, sotto quel vestitino, dietro un tacco veloce. Guardava, niente di male. Forse. Ci chiede qualche cosa sul cibo, parlano solo francese, noi no. Cerchiamo di aiutarlo a gesti insieme a una cameriera, qualche parola in inglese, insomma, li aiutiamo, siamo gentili. Perché noi, perché io, non ho niente contro di loro. No però, guardo lei, silenziosa, giovane, coperta, troppo coperta, suda sotto quei vestiti tristi, insaccati, inadatti a questo luogo, persino le braccia ha coperte. Non è a suo agio, e si vede. Non lo sarà mai. Non lo saranno i suoi figli. Fosse stata nel suo paese, circondata da altre donne vestite come lei, forse, avrebbe sorriso. Io non lo so. Io non so niente, so quello che vedo. E vedo queste donne aggirarsi tra di noi come fantasmi troppo visibili e vedo i loro figli non capire quale punto di riferimento avere e le loro figlie ancor più confuse. Vanno alla moschea e poi vivono in paesi dove sono circondati da persone che vivono troppo diversamente da come la loro religione gli insegna. Siamo due mondi lontanissimi, due universi paralleli.

 

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